Assemblea nazionale Rls - Roma, 6 giugno 2000

 Salute e sicurezza tra contrattazione aziendale e ruolo delle istituzioni


- Relazione di Francesco Ferrara, segretario nazionale Fiom-Cgil 

- Conclusioni di Giorgio Caprioli, segretario generale Fim-Cisl

 

Gli atti dell'Assemblea sono pubblicati in un volume edito da Meta Edizioni.


 
Relazione di Francesco Ferrara, segretario nazionale Fiom-Cgil
Avevamo già annunciato per il 16 maggio la convocazione di questa assemblea, ma coincideva con la campagna referendaria e la preparazione dello sciopero a sostegno del rinnovo del contratto dei lavoratori dell'artigianato, che ha impegnato i lavoratori dei settori industriali dei metalmeccanici con 2 ore e anche 4 ore di sciopero ed i lavoratori delle aziende artigiane con 8 ore il 17 maggio scorso.
La piena riuscita della giornata di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori artigiani e la netta sconfitta attraverso il NO ed il non voto su chi voleva la libertà di licenziamento, ci consente di svolgere questa discussione in un clima sicuramente più tranquillo.
Permettetemi, un saluto e un ringraziamento ai nostri due ospiti, l'Onorevole Renzo Innocenti e il senatore Carlo Smuraglia, i presidenti delle due Commissioni Lavoro della Camera e del Senato che hanno dato vita all'indagine Bicamerale su igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro, nel '96-97, che iniziò i lavori dopo i 6 decessi avvenuti sulla nave Portovenere a Genova nella fase di "prova a mare" nell'ottobre del '96, ancora la magistratura non ha concluso il giudizio.
Abbiamo invitato ad assistere al nostro dibattito: l'Associazione nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro, l'Ente nazionale Cechi e non Vedenti, i sottosegretari al Lavoro, Sanità, Ambiente e politiche Comunitarie.
Il ministro del Lavoro Salvi ci ha comunicato mercoledì scorso che non poteva intervenire perché era stata convocata la riunione dei Ministri in sede europea.
Domenica 14 maggio è stata la giornata nazionale della prevenzione sul lavoro, promossa dall'Associazione nazionale Invalidi e Mutilati del Lavoro e dall'Inail, è oramai consolidata dal 1996 (voluta dal governo Prodi) ma per come è l situazione della prevenzione e degli infortuni non possiamo lasciarlo alla sola denuncia, proprio questa Assemblea è l'occasione di verificare il lavoro fatto e il rilancio della nostra iniziativa rivendicativa e contrattuale sui temi della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
E' la prima volta che, come categoria dei metalmeccanici, discutiamo di questi temi dopo l'introduzione del "626" e la elezione dei RLS, in una assemblea nazionale unitaria di delegate e delegati alla sicurezza.
Arriviamo a questa assemblea dopo svariate iniziative territoriali e regionali. A mia memoria: dall'assemblea di Bologna del 15 febbraio, allo sciopero generale di Brescia del mese scorso, alla manifestazione di Padova ad aprile dei lavoratori esposti all'amianto, all'iniziativa di Bergamo, a quella di Parma, lo sciopero dei lavoratori dell'Ilva (Gruppo Riva) di Taranto, agli scioperi realizzati sia a Piombino sui piani di ristrutturazione della Lusid, alle iniziative della Breda di Pistoia e con lo sciopero provinciale proclamato dalla categoria e dalle Confederazioni, come prima vi era stato lo sciopero territoriale della provincia di Lucca.
Queste sono solo alcune delle più recenti iniziative su cui si è mossa la categoria in questi pochi mesi, tutte hanno chiesto maggiore impegno delle Autorità per interventi reali e pianificati a tutela della sicurezza dei lavoratori.
Iniziative di discussione, iniziative di lotta. Possiamo dire che dopo la fase iniziale, come categoria, abbiamo, negli ultimi tempi, dedicato maggiore attenzione alle problematiche dure che riguardano la tutela della salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Queste iniziative sono state necessarie, e dovremo ancora intensificare la nostra azione, perché la situazione nel nostro paese è gravissima.
Nel 1999, solo nell'industria e nei servizi, ci sono stati 1.233 morti, sono rimaste ferite 974.922 persone e circa 25.000 sono le malattie professionali accertate. Questi sono i dati dell'INAIL e quindi dati ufficiali dichiarati.
Ma noi sappiamo che purtroppo a questi dati vanno aggiunti altri non denunciati, come spesso avviene sul lavoro che vengono trasformati in incidenti per cause stradali, di quanti lavorano in rapporti illegali e clandestini.  
Siamo di fronte ad un vero e proprio bollettino di guerra.
Sul 626, in vigore oramai dal 1994, permangono ancora ritardi ed inadempienze.
Sono ancora da emanare molti provvedimenti integrativi del Decreto legge 626, il processo di aziendalizzazione delle USL ha avuto effetti negativi sulla prevenzione, infatti, si può dire che non c'è stato personale sanitario aggiuntivo destinato alla vigilanza ed alla prevenzione.
Anche gli Ispettori del Lavoro, addetti al controllo delle normative sul lavoro, di repressione del lavoro irregolare o sommerso e di tutela della sicurezza, sono pochissimi e quindi insufficienti. Non c'è ancora un coordinamento tra i vari organismi preposti alla prevenzione ed alla vigilanza.
Il rispetto delle norme di sicurezza è molto basso e spesso inesistente soprattutto nelle piccole aziende, ossia quel tessuto industriale prevalente, come affermano gli economisti nel nostro paese.
Devono essere ancora eletti in moltissime realtà aziendali i Rappresentanti per la sicurezza, in particolare nel Mezzogiorno. In certi casi addirittura la nomina avviene direttamente su proposta delle aziende, o come si dice in gergo "del padrone".
I Comitati paritetici (OPT e OPR) non funzionano. La stessa formazione per RLS e lavoratori stenta a partire. In generale possiamo dire che esiste ancora una "cultura della cosiddetta illegalità" e nella stragrande maggioranza delle imprese la sicurezza e la prevenzione, sono considerati semplicemente costi, quindi, vanno tagliati. Così come "l'informazione", continua ad essere negata ai Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza.
Altro che "filosofia partecipativa" prevista dalla legge 626!
Possiamo tranquillamente dire che nel nostro paese si sta affermando una cultura dei valori che mette in secondo piano "il valore della persona e del lavoro". Ossia il contrario di quanto ha riscontrato la Commissione Lavoro del Senato nei paesi del Nord-Europa. Non a caso la Confindustria si è schierata e battuta nella campagna referendaria per la libertà di licenziamento.
La globalizzazione e le conseguenze sul tessuto industriale, sulle condizioni di lavoro oggi, la logica del profitto "mordi e fuggi", ci impongono una riflessione di come si possa sviluppare una cultura della prevenzione e di come si afferma la salute come diritto indisponibile, proprio oggi che i diritti individuali e collettivi sono messi a dura prova nell'era della flessibilità e della precarizzazione.
Non c'è dubbio che in questi anni la precarizzazione del rapporto di lavoro ha rappresentato una delle cause degli infortuni sul lavoro. Oramai più dei due terzi delle assunzioni sono di tipo precario: dall'interinale, al tempo determinato, al part-time. Il punto è che, per noi del sindacato, vengono scardinati e frantumati i diritti collettivi e scatta il meccanismo indotto dal ricatto del lavoro.
In questa situazione spesso le lavoratrici ed i lavoratori si ritrovano soli ed è "il padrone", "il capo" che diventa protagonista esclusivo del processo produttivo e contemporaneamente si abbassa notevolmente il controllo dei lavoratori ed è inevitabile che in condizioni del genere, aumentino gli incidenti sul lavoro. L'insicurezza è figlia della precarietà.
Per tutte queste considerazioni noi pensiamo che sia importante che nella contrattazione aziendale venga dedicato uno spazio importante al rafforzamento degli interventi a tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori e al miglioramento ambientale.
Siamo già in presenza di alcuni risultati conseguiti e, comunque, di sforzi importanti nell'ambito di piattaforme aziendali già presentate o in via di definizione. Tra le grandi imprese, solo a titolo di esempio, quella del gruppo Fincantieri che si sta discutendo in questo mese, la Abb Italia, la Whirphool conclusa la scorsa settimana. Queste sono solo alcune delle grandi imprese ed hanno al loro interno punti specifici relativi alle condizioni di prevenzione.
In alcuni territori sono già state presentate piattaforme di carattere interaziendale sia a Lucca ma anche a Genova, e le cito perché riguardano in particolar modo lavoratori di piccole aziende o che operano prevalentemente in ambito portuale e nel territorio circostante.
Non voglio fare un lungo elenco, perché vi sono altre esperienze e vi sono iniziative di sostegno su aspetti specifici come la qualificazione professionale dei giovani prima dell'ingresso nel luogo di lavoro, su cui richiamo l'attenzione di tutti.
Laddove è ancora aperta la discussione sulle piattaforme aziendali sarà utile individuare punti qualificanti che oltre alla esigibilità dei diritti già previsti dalla legge e dal Contratto, ci consentano di realizzare risultati significativi sul terreno della prevenzione e sicurezza.
Occorre dunque pensare:
- ad una politica contrattuale finalizzata ad obiettivi di budget annuali da destinare alla prevenzione ed al miglioramento ambientale;
- impegnare l'azienda a garantire periodiche iniziative di aggiornamento professionale con specifiche iniziative formative coordinate con gli Organismi paritetici territoriali, ed anche con la categoria nazionale, per quanto riguarda i grandi gruppi, con gli Enti bilaterali esistenti, in attuazione di quanto previsto sugli obiettivi degli osservatori del CCNL per la formazione;
-  definire regole e procedure per favorire il ruolo dei RLS, a cominciare dalla partecipazione sul processo di "Valutazione del Rischio", attraverso la costituzione di gruppi di analisi con il compito di identificare, partendo dalla descrizione del ciclo reale di lavoro, dall'analisi dei ritmi di lavoro, dalle condizioni della prestazione lavorativa (turnistica, presenza sulle linee e sulla produzione), dagli organici secondo le diversità e le specificità di sesso, individuando le cause che determinano vecchi e nuovi rischi per la salute.
Noi veniamo dalla lunga esperienza culturale "operaia" delle mappe di rischio che abbiamo costruito negli anni: ai fattori di rischio conosciuti (negli anni 70)  in questi anni abbiamo conosciuto un nuovo fattore di rischio: "lo stress".
Da qui si possono ricostruire le cause che determinano le malattie (nuove indagini epidemiologiche), la prevenzione per abbattere i rischi che provocano gli infortuni, lievi o gravi che siano, o che possono produrre malattie professionali irreversibili.
- Valutazione dell'efficacia delle misure di prevenzione e protezione adottate;
- individuazione delle soluzioni tecniche e organizzative possibili con l'aiuto di esperti esterni scelti di comune accordo dalle parti.
Questi sono obiettivi concreti. Questi ci riportano ad una necessità di aprire in tutti i luoghi di lavoro un confronto serrato sull'organizzazione del lavoro, su come si può applicare la flessibilità, sul come costruire un sistema degli orari.
Anche su questo abbiamo dati che ci indicano drammaticamente la realtà. Il venerdì è uno dei giorni più tragici. E' il giorno in cui la fatica si sente di più, la fatica fisica o psicologica da stress sociale, o determinata dalla turnistica giorno-notte, dalle accelerazioni organizzative per mantenere i tempi della committenza, dagli interventi straordinari di manutenzione per garantire la ripresa produttiva "nel tempo più breve", dal fare interventi di assistenza in condizioni di ambienti di lavoro ristretti (intervenendo in solitudine di giorno e/o notte, ecc.).
Questo significa che anche durante gli altri giorni della settimana e nell'anno, vi sono difformità. Il lunedì è un giorno ad alto rischio, soprattutto per il primo turno, aumentano gli incidenti stradali da casa al lavoro. Poi tutti i giorni sono uguali, dipende da chi opera e in quale condizione opera e che tipo di preparazione ha.  
Se poi guardiamo l'età degli infortunati è sempre più evidente che coloro che subiscono sono i più giovani (20-29 anni) e i più anziani (50-60 anni) le cause sono evidenti. I primi non hanno "esperienza" e formazione, i secondi sono stanchi (per tanti problemi).
Per quanto riguarda la prevenzione solo l'azione ed il ruolo contrattuale del sindacato non basta, occorre agire contemporaneamente su più terreni. Da questo punto di vista la Conferenza di Genova del dicembre 1999, promossa dal governo, ha rappresentato un primo tentativo importante di approccio alla problematica della sicurezza sul lavoro.
Con "Carta 2000", il governo e le Regioni si sono impegnati a realizzare obiettivi precisi in tempi certi, garantendo condizioni legislative e strumenti attuativi per raggiungere, entro il 2000, i livelli standard degli altri paesi europei in tema di sicurezza sul lavoro:
- il maggior impegno del ministero del Lavoro per integrare il quadro normativo ed intensificare la battaglia per la sicurezza e contro il lavoro nero/irregolare/illegale;
- la destinazione di risorse e di attività, da parte dell'INAIL (con 600 miliardi stanziati), in favore della prevenzione;
- l'adozione di misure legislative e amministrative per la costituzione dei Dipartimenti di prevenzione e per una più adeguata destinazione del personale sanitario alle attività di vigilanza e di prevenzione;
- la decisione delle Regioni, di compiere un'opera di monitoraggio, a livello nazionale, sull'attuazione della 626;
sono i primi significativi impegni.
Pur tuttavia, siamo di fronte ad un dato strutturale del livello di infortuni, una sorta di "zoccolo duro" che finisce per riproporre l'idea della causa accidentale o peggio della fatalità, non c'è niente da fare.
Noi che ci occupiamo da vicino di queste problematiche, sappiamo bene che la fatalità non esiste, in questi casi c'è sempre un motivo, una ragione, un fattore che spiegano gli incidenti: in primo luogo quelli strutturali, ma soprattutto delle condizioni effettive della prestazione del lavoratore.
Per queste ragioni, noi pensiamo che si debba fare di più e che la questione della sicurezza non si possa affrontare esclusivamente dentro il quadro del 626 o delle iniziative previste dalla Carta 2000, che comunque si sono dimostrate non sufficienti.
Occorre uno scatto in avanti da parte nostra!
Anche il sindacato e quindi anche i lavoratori debbono rilanciare "la loro attenzione" e le rivendicazioni sulle questioni dei rischi e di come porre la prevenzione nelle nuove condizioni di lavoro che si sono determinate nella concorrenza capitalistica delle imprese, che spesso fumosamente vengono chiamate globalizzazione, ma che significano: rapporti produttivi e di lavoro che comportano bassi salari, restrizione dei diritti, gerarchie anomale di subordinazione, esclusione dei diritti collettivi a partire dal CCNL.
Lo stesso fatto che oggi nei perimetri degli stabilimenti lavorino anziani, maturi, giovani, uomini e donne, ma anche apprendisti, con molteplici rapporti di lavoro, possono essere un elemento fondamentale di rilancio della contrattazione in azienda, perché la stessa definizione del rapporto di lavoro non determina lo standard di sicurezza necessario.
Per questo, noi chiediamo al ministero del Lavoro di rafforzare il suo impegno di coordinamento di tutte quelle competenze esistenti, che a livello territoriale non si possono sviluppare per carenza di mezzi e di personale.
Prima di tutto occorre dotare gli Uffici ispettivi del personale necessario, gli attuali organici sono ridicoli e quindi assolutamente non in grado di far fronte agli interventi necessari.
In secondo luogo chiediamo al Ministro del Lavoro di obbligare, attraverso una circolare, le aziende a consegnare ai RLS "i documenti della Valutazione dei Rischi", visto che in molti casi le aziende si rifiutano di consegnare la documentazione di valutazione dei rischi.
Al tempo stesso occorre avere la documentazione di "Valutazione dei Rischi" da personale che abbia capacità e professionalità e non come avviene oggi da generici consulenti del lavoro, i quali preparano fiumi di carta con linguaggi incomprensibili e comunque senza dire niente nel merito dei rischi che corrono le lavoratrici ed i lavoratori, esigendo dalle ditte/imprese alti costi per la loro prestazione.
Per questo proponiamo un albo che assicuri che ci siano persone con titoli e professionalità necessarie a svolgere questo ruolo, non un nuovo ordine professionale.
La qualità del prodotto delle imprese che vogliono stare sul mercato è determinata anche dalla capacità di garantire livelli standard europei di sicurezza (ISO 9000, ISO 14.000, ISO 18.000, EMAS) che diventi quindi il criterio di qualificazione delle imprese, portando a norma i rapporti fra prodotto finito e fornitori, senza sotterfugi e soprattutto senza scaricare parte dei costi di fabbricazione sui lavoratori delle imprese di appalto, di fornitura di componenti, di servizi, rideterminando così una gerarchia tra le imprese non contrattabile per i lavoratori.
In questo senso va bene una politica di incentivazione a quelle imprese che realmente presentino piani di prevenzione della sicurezza, della formazione e della bonifica degli ambienti di lavoro.
Proponiamo quindi che nella Finanziaria che il governo sta preparando vi sia la possibilità di spesa, aggiuntiva a quella INAIL, a favore di tutti i processi che interessano i lavoratori, tra cui comprendere anche norme finanziarie di sostegno alle imprese per l'ammodernamento dei macchinari, degli impianti, che preveda la stessa progettazione.
Se occorre un intervento di queste dimensioni del ministero del Lavoro, è altrettanto necessario un intervento delle Regioni, per il ruolo che svolgono sul territorio e sulle attività delle Aziende sanitarie locali, oggi aziende di gestione con l'obbligo del bilancio in pareggio.
Le politiche di gestione della salute sono ormai decentrate alle Regioni, come altre competenze che erano centrali. Ad esse è stato affidato il compito di prevenzione e cura, di monitoraggio e sorveglianza sanitaria per tutte le lavoratrici ed i lavoratori esposti ad agenti cancerogeni, radiazioni, inquinamento, compreso il controllo sui prodotti alimentari e quindi su nuovi alimenti transgenici.
Per i metalmeccanici è un aspetto rilevante, quello degli esposti, su cui occorrerà impegnarci a fondo. Si pensi alle migliaia di persone che sono state riconosciute esposte nel corso di questi anni (i riconoscimenti proseguono per altre migliaia, non solo per il riconoscimento del beneficio previdenziale previsto dalla legge 257/92 - 271/93, ma per il riconoscimento "esposto al rischio amianto"). Un riconoscimento di sorveglianza per lavoratori in attività, lavoratori già in pensione o che ci andranno a breve.
In questi casi le Regioni, così come previsto, sono chiamate a svolgere un ruolo di sorveglianza sanitaria attraverso "Piani mirati" nei confronti dei lavoratori/cittadini esposti. Devono costruire un coordinamento tra Regioni, Ministero della Sanità, Istituto Superiore Sanità, Università, finalizzato alla costituzione di "Centri di ricerca" pubblici o privati, che siano in grado di mantenere la sorveglianza necessaria, attivando così quel monitoraggio fondamentale dell'intervento sanitario pubblico, si tenga conto della crescita tendenziale che avremmo fino al 2015 di mesateliomi e carcinomi per infibulazioni di fibre di amianto o da sostanze chimiche cancerogene, è una questione che ci riguarda sin da oggi di sostenere la ricerca di nuove soluzioni terapeutiche.
Un'adeguata azione di informazione, formazione e assistenza finalizzate alla prevenzione, mirando al coordinamento tra le diverse amministrazioni locali ed alla istituzione a livello decentrato, di strumenti come per esempio "Lo sportello della prevenzione".
Per fare tutto questo c'è bisogno di dotarsi di personale, in quanto gli organici sono, su tutto il territorio nazionale, insufficienti, come occorre approvare in tutte le Regioni i Piani finanziari delle ASL per mettere queste strutture nella condizione di svolgere il ruolo che gli è assegnato, che si basa su linee guida che riguardano gli infortuni mortali, il monitoraggio del 626 ed interventi in merito agli inquinanti chimici, radioattivi e elettromagnetici e alla parte che riguarda la formazione e la comunicazione
Così come noi pensiamo debba cambiare l'attuale sistema giudiziario. Oggi se una lavoratrice o un lavoratore subisce un infortunio sul lavoro e la prognosi di guarigione non supera i 40 giorni, l'indagine giudiziaria si mette in moto solo su querela della vittima. L'esperienza ci insegna che spesso il lavoratore non sempre se la sente di avviare una causa contro il datore di lavoro e quindi succede che la giustizia resta fuori dalla fabbrica.
Una battaglia sulla sicurezza se vuole produrre risultati va combattuta sia sul versante della prevenzione che della repressione con interventi che favoriscano una migliore tutela del lavoro e accentuino la forza deterrente della normativa anti-infortunistica.
Un intervento può essere:
-  l'estensione della perseguibilità d'ufficio delle lesioni colpose anche se la prognosi è inferiore a 40 giorni;
-  particolari sanzioni accessorie (vedi l'interdizione) per le violazioni di norme tecniche in caso di omicidio colposo e ancora lesioni colpose, già in uso per le frodi e le sofisticazioni alimentari;
-  l'istituzione, come esistono per altri settori, di sezioni specializzate della magistratura per combattere la piaga sociale degli infortuni sul lavoro.  
Come sindacato siamo di fronte a delle scelte, che dovremo compiere per le situazioni e le condizioni in cui ci troviamo nei luoghi di lavoro. Soprattutto perché il modello della "globalizzazione" non comprende il sindacato come "soggetto" e dunque come portatore di bisogni, tutele, diritti, prevenzione.
Il sistema industriale e le imprese vanno dunque sfidate. La competizione imposta dalla globalizzazione non può essere basata tutta sulla riduzione dei costi, dove per costi i "padroni" intendono anche la salute e sicurezza (è un costo previsto da tutti gli Stati europei), né sulla libertà della impresa dall'osservanza dei diritti.
Dunque non c'è solo un problema di regole e di obblighi da adempiere. Deve cambiare una cultura. Si deve raggiungere la consapevolezza che la sicurezza e la prevenzione, per regole etiche, non solo tutelano la vita umana, abbattono i costi sociali e possono diventare anche strumento di competitività economica nel sistema sociale e sono per le lavoratrici ed i lavoratori un patrimonio irrinunciabile.
Ho l'obbligo di dire, per quello di cui siamo a conoscenza, relativamente ai lavori usuranti, che è dal giugno 1998 che attendiamo una soluzione a questo punto della Riforma delle Pensioni del '95 (riforma Dini, Legge 335/95 art. 34/38).
Noi nelle valutazioni siamo sempre partiti dal riconoscimento sociale del lavoro manuale, di attività di lavori che sono di per sé gravosi, pesanti, e spesso ripetitivi ma che fanno sì che la produzione manifatturiera, con l'attuale tecnologia e con l'attuale prevenzione dei rischi, si realizzi nei suoi cicli progettati.
Il governo ha pubblicato il Decreto ministeriale in Gazzetta Ufficiale il 9 settembre '99, benché la data sia il 20 maggio (ministro del Lavoro Bassolino), in cui veniva dato tempo alle parti sociali di proporre la definizione delle mansioni e delle produzioni nell'ambito di criteri fissati dal Decreto legislativo 374/'93 (Tabella A).
Confindustria fece ricorso al TAR ed alla scadenza dei 5 mesi (4 febbraio 2000) non vi erano state intese.
Nella primavera del '99 Fim, Fiom, Uilm nazionali avevano già preso una posizione chiara.
Il Decreto ministeriale doveva chiarire in primo luogo:
- se la "contribuzione addizionale" era a carico dei lavoratori e imprese ed in quali rapporti di costo;
- se la contribuzione a questo Fondo specifico dell'INPS contribuiva complessivamente tutto il sistema industriale o come qualcuno sostiene solo i lavoratori e le imprese le cui attività sono classificate "usuranti".
A questo poi si aggiungeva un giudizio critico sul fatto che gli stanziamenti fatti nei bilanci dello Stato, di competenza del Tesoro dal '96 in poi, fossero utilizzati a coprire il costo del 20% solo per alcune attività considerate "ancora maggiormente usuranti" che per i meccanismi "potrebbe" significare, leggendo il Decreto ministeriale, mansioni che vengono svolte in siderurgia, in 2ª fusione, in cantieristica navale, in scoibentazione dell'amianto.
Dopo il 5 febbraio è stato insediato il Comitato tecnico che prosegue una discussione sui costi, per quello che si sa non è stato affrontato il lavoro notturno e i turni, né il lavoro alle catene di montaggio a ritmo vincolato.
Il semplice rinvio alla definizione contrattuale tra le parti non è sufficiente ad attuare l'anticipo di uscita dal lavoro per andare in pensione.
Su questo le Confederazioni è opportuno che aprano un confronto politico con il Ministro del Lavoro.
Anche per il sindacato esiste il problema di conoscere quanti e chi sono i RLS metalmeccanici, come sono distribuiti territorialmente, per settore e per classe di addetti delle imprese. Non è solo un interesse statistico, ma di politica organizzativa.
Sul primo aspetto, su quanti sono gli RLS e gli RSU, abbiamo raggiunto un buon risultato di documentazione, anche se alla data attuale non può essere definitivo. Minori informazioni abbiamo invece a proposito della distribuzione dei RLS nelle varie tipologie dimensionali aziendali. Non sono complete, per tutte le regioni, le informazioni relative alla rappresentanza effettiva dei lavoratori delle ditte artigiane e delle imprese che occupano meno di 16 dipendenti, rappresentati dagli RLS territoriali. Quelli che noi conosciamo sono superiori a quanti ne riscontra la Confindustria, ne abbiamo rilevati oltre 9.000.
Conoscere il profilo dei RLS ci consente di mirare meglio la nostra offerta formativa, le nostre azioni di supporto, la messa in rete di esperienze. Vi è la necessità di costruire un’anagrafe ragionata dei RLS, che se anche incompleta, ci consenta di consolidare l’iniziativa sindacale sui temi dell’ambiente e della sicurezza. Vi sono già delle esperienze positive ma è necessario prestare maggiore attenzione a come consolidare il loro ruolo.
Sappiamo quanto la messa in comune di una esperienza realizzata o di una soluzione concretamente adottata, sia più efficace di qualsiasi parola, quanto decisivo possa essere per differenti realtà territoriali potersi rapportare tra loro.
L’interesse su prevenzione, salute e sicurezza è molto alta tra i lavoratori metalmeccanici, sicuramente superiore alla stessa sensibilità dei quadri dei sindacati.
I lavoratori vivono le questioni della salute e sicurezza come un diritto che non è soddisfatto. Il tema dell’ambiente di lavoro, per queste ragioni, rischia di trasformarsi per i nostri sindacati da una opportunità di ampliamento della propria rappresentanza e di capacità di penetrazione organizzativa, in un ulteriore elemento di sfiducia nel rapporto con i lavoratori.
Diventa fondamentale, pertanto, rilanciare la nostra iniziativa unitaria, anche alla luce delle decisioni assunte dalle Segreterie di CGIL-CISL-UIL. Il prossimo 22 settembre, è prevista un’assemblea nazionale di 1.000 RLS a Modena, preceduta da assemblee territoriali e regionali, raccordata con le iniziative di categoria.
Abbiamo condiviso questa scelta di CGIL-CISL-UIL con l'obiettivo di far crescere un movimento finalizzato a riaprire un confronto, da posizioni di forza, con la Confindustria per ridefinire l’Accordo interconfederale attuativo del "626", in particolare su: formazione, informazione, consultazione, esercizio del ruolo di RLS e per la generalizzazione della figura di RLST anche per la piccola industria (sull’esempio dell’esperienza con le aziende artigiane).
I metalmeccanici vogliono essere della "partita", portando sia la soggettività e l’esperienza maturata sul campo dalle migliaia di RLS e degli RSU come da molte strutture territoriali, nell’intreccio tra contrattazione aziendale e tematiche legate all’ambiente e sicurezza in fabbrica e nel territorio.
In questo senso la riunione unitaria di febbraio scorso, aveva con convinzione programmato l’Assemblea nazionale di RLS sulle questioni attinenti al rilancio dell’iniziativa, a sostegno in primo luogo della stagione di contrattazione aziendale e penso che la partecipazione oggi, ma anche gli interrogativi che in questi mesi sono giunti, sia da RLS che da RSU, sulle scelte portanti della nostra categoria, abbiamo bisogno da subito di risposte dirimenti che penso debbano partire da quanto "faticosamente" abbiamo consolidato con il rinnovo del Contratto nazionale, non solo su alcuni aspetti strettamente collegati come: "malattia", "banca ore", "formazione", ma partendo dal fatto che il Contratto dei metalmeccanici vige in tutto il territorio nazionale e tutela, per quello che siamo stati capaci, tutti i lavoratori ed ambiziosamente proponiamo nuovi diritti nei coordinamenti delle imprese europee, specificando i diritti nelle imprese di "filiazione" (esternalizzazioni) il mantenimento dei diritti e della rappresentanza.
            Dobbiamo essere consapevoli che le statistiche ufficiali ci danno l'onere di dover tutelare 1.600.000 dipendenti di imprese metalmeccaniche e di 400.000 dipendenti di ditte artigiane dei vari comparti. Forse il vero tema di questa assemblea è questo: come riusciamo a rappresentare gli interessi di prevenzione e di tutela della salute e della sicurezza dei produttori di ricchezza nazionale, per il 42% del valore aggiunto dell'industria manifatturiera italiana.
            Prima di concludere vorrei soffermarmi su un fatto, quando si leggono i numeri delle statistiche stiamo parlando di donne e uomini che hanno un infortunio o che addirittura perdono la vita.
            Se un lavoratore o una lavoratrice sono colpiti è un dramma umano che riguarda un individuo e contemporaneamente i suoi familiari e i suoi compagni di lavoro. E' un fatto sociale, sicuramente la Magistratura indaga per gli eventi gravi e giungerà a conclusioni definendo le responsabilità, ma questo avviene dopo qualche anno, nel frattempo esiste la solidarietà che viene data dai lavoratori dell'azienda, ma tutto dura un breve periodo di tempo. Rimane il ricordo.
            Voglio citare un caso poco noto, mi è stato riferito, la notizia come oramai è consuetudine è comparsa solo sulla stampa locale, la conoscono invece le delegate ed i delegati RSU e RLS di questa azienda multinazionale finlandese e quelli del coordinamento RSU del coordinamento ascensoristico, che non solo hanno solidarizzato con la famiglia, ma che si sono voluti riunire a Palermo, dove è avvenuto l'incidente, per ricordare Nicolò e dare solidarietà alla moglie Maria ed a suo figlio ad un mese di distanza: il 13 marzo scorso.
            Maria ha partecipato alla iniziativa ed ha dato uno scritto "…sono con voi come lo era Nicolò, nella lotta per la sicurezza, è una battaglia per la vita che non possiamo abbandonare, rimango con voi nel ricordo di mio marito che si batteva per dare un lavoro sicuro a tutti".
            Nicolò è rimasto 4 ore nel vano di corsa dell'ascensore in cui è caduto mentre faceva assistenza, aveva il cellulare, aveva soprattutto "mestiere" anche se un uomo giovane.
            Deve aver fatto un movimento falso, mentre era sul tetto della cabina. Faceva quello che era previsto, un intervento per nulla eccezionale, ma è scivolato ed è precipitato. Dopo 4 ore sono venuti a soccorrerlo perché non rispondeva alla chiamata sul telefono cellulare, per un nuovo intervento di assistenza, scattava la segreteria telefonica per assenza di campo.
            Sono 6 anni che le RSU chiedono il ripristino del secondo uomo, le aziende (multinazionali europee) si oppongono per il costo elevato, giustificandosi con il fatto che sul mercato operano una miriade di piccole imprese e ditte artigiane e la concorrenza nel mercato italiano è altissima, benché vi siano circa 650.000 ascensori nelle abitazioni o nelle aziende (la concentrazione di impianti di sollevamento solo in Giappone è superiore a quella italiana).
            Ho citato questo fatto per le evidenti implicazioni che vi sono, è una realtà che è simile in molte aziende di comparti diversi dove si fa manutenzione o produzione.
            Già quest'anno sono decedute 235 persone e più di 200.000 infortunati nell'industria.
            Vorrei inoltre ricordare i 5 ferrovieri deceduti nell'incidente di sabato, come tutti quelli che sono deceduti in qualunque posto di lavoro!
Vorrei ricordarli qui, nel momento in cui ci apprestiamo a fare una discussione e anche a uscirne – io credo – con una proposta.
Penso che questa è l’occasione che ci siamo dati oggi, un’occasione importante. Sulla traccia, se sarà condivisa di quest’analisi delle proposte contenute nella relazione, noi pensiamo – come nazionale – di presentare una piattaforma al ministero del Lavoro. Con un’iniziativa visibile che, oltre ai temi che qui abbiamo proposto nei confronti delle regioni – per quanto ci riguarda – per la contrattazione aziendale, ma per il dovere che sentiamo rispetto a questi morti, a questi continui infortuni che ci sono ogni giorno nei luoghi di lavoro, pensiamo che non basta solo la contrattazione e chiedere alle regioni e alle Asl di fare e compiere il loro dovere. Pensiamo invece di fare qualcosa di più: presentare una piattaforma nazionale e aprire una vertenza con il governo su questi temi. Vertenza nazionale a sostegno di tutte le iniziative territoriali e nei luoghi di lavoro, perché non ci rassegniamo all'idea che gli incidenti e i morti del lavoro sono dovuti alla fatalità, ma per combattere i fattori di rischio.
A questa nostra impostazione noi ci crediamo, e per questo pensiamo che la riunione di oggi possa dare un contributo propositivo, per arricchire la piattaforma che vogliamo presentare al ministero del Lavoro e discutere con tutti i lavoratori e le lavoratrici.

Conclusioni di Giorgio Caprioli, segretario generale Fim-Cisl

Vorrei cominciare, e mi pare la cosa più importante, dicendo che a nome di tutta la segreteria nazionale vi ringrazio veramente per la partecipazione all'incontro di oggi. La sala piena è stata il segno più importante di quanto sugli argomenti che oggi abbiamo discusso sia necessario continuare l'impegno, ma anche del fatto che noi non partiamo assolutamente da zero. La vostra presenza e il sapere che oltre a voi molte altre centinaia di persone nelle fabbriche metalmeccaniche hanno assunto questo impegno come Rls, è un punto di partenza fondamentale ed è la garanzia che sul tema della sicurezza e della salute possiamo fare delle ottime cose.
Credo sia giusto partire dalla denuncia che molti degli intervenuti hanno fatto sulla solitudine degli Rls, che è una percezione soggettiva, penso in molti casi motivata da come funzionano un po' le cose, da come funzioniamo come sindacato, da come funzionano le presenze del sindacato in fabbrica, cioè le Rsu. Ma insieme a questa denuncia abbiamo ascoltato molti interventi che ci hanno dimostrato che si possono ottenere dei risultati, cioè che non siamo dei Don Chisciotte che si battono contro i mulini a vento, ma che con un minimo di volontà di fare e con un po' di coordinamento alle spalle c'è la possibilità davvero di migliorare fortemente la situazione nelle fabbriche, sia sul versante della riduzione drastica del numero degli infortuni, come sul versante della riduzione dei fattori di rischio che portano malattie professionali.
Quindi io riassumerei brevemente tre-quattro filoni di lavoro su cui dobbiamo sentirci impegnati.
Il primo: la vertenza che richiamava Ferrara nella sua relazione, che ha come primo interlocutore il governo per la realizzazione rapida di una serie di provvedimenti, e in seconda battuta anche le Regioni e i provvedimenti che riguardano il miglioramento degli iter processuali, degli iter giudiziari. Da questo punto di vista il merito lo ha già segnalato Ferrara nella sua relazione, io non lo riprendo, ma direi solo una cosa. Da decenni in Italia tutte le volte che parliamo di problemi della salute o di problemi relativi al lavoro nero, che spesso è l'ambiente migliore per far nascere infortuni, denunciamo l'assoluta carenza di personale ispettivo. In altri paesi vicino al nostro, penso per esempio alla Francia, so che ciò che la Pubblica amministrazione mette a disposizione per fare ispezione sia sul versante della regolarità dei rapporti di lavoro che su quello dell'antinfortunistica è immensamente migliore di quello che c'è in Italia. A me pare davvero singolare che un governo di centro sinistra non sia riuscito in quattro anni a intervenire su questo aspetto, perché come sindacato, come Rls noi possiamo metterci molto naturalmente, noi dobbiamo sempre partire da quello che abbiamo in campo, dalle persone come voi che stanno nelle fabbriche, dalle infinite possibilità di contrattualizzare i problemi, ma certamente ci sono mille episodi nei quali senza un appoggio efficiente ed efficace della Pubblica amministrazione ci troviamo un po' a un punto morto.
Però io sono d’accordo soprattutto con i molti che hanno sostenuto che al primo punto del nostro impegno ci deve stare la preoccupazione di far rispettare le leggi che già abbiamo, è importante anche migliorare, ovviamente, le leggi ma come è noto è inutile sforzarsi di migliorare le leggi se poi non c'è una capacità di farle rispettare. E questo io credo dipenda in buona parte da come lavoriamo noi, su due piani secondo me: un piano squisitamente organizzativo e un piano contrattuale.
Partirei dal secondo: ci sono stati molti interventi che hanno spiegato come dalla rilevazione dell'esistenza dei problemi ambientali e dalla conoscenza un po' precisa di che cosa prevedono leggi e contratto, è possibile far nascere delle vere  e proprie vertenze. Io penso che sia questo l'elemento fondamentale dell'attività che dobbiamo proporci. Per poterlo mettere in campo è necessario che si diffonda appunto una forte competenza sulla materia, devo confessarvi che molte delle cose che ho sentito dai vostri interventi personalmente non le conoscevo, molte delle opportunità che l'incrocio tra legge e contratto ci dà sul piano vertenziale sono per me una cosa poco conosciuta e quindi condivido tutti gli interventi che hanno richiesto il fatto che si trovino delle sedi nelle quali scambiarsi esperienze, scambiarsi informazioni, perché è assolutamente sbagliato dal mio punto di vista immaginare che le Rls, nate dall'applicazione di una direttiva europea, siano una specie di corpi separati ai quali si demandano i problemi ambientali come se fossero una cosa diversa dal sindacato e separata dall'azione sindacale, che è la contrattazione. Io penso esattamente il contrario, cioè penso che la legge ci ha dato una grande opportunità di individuare nelle fabbriche degli attivisti e dei dirigenti sindacali che si specializzino su questo problema che è un problema che richiede oltre che passione e militanza, appunto, conoscenza di merito. Ma questo problema deve entrare a pieno titolo nelle preoccupazioni contrattuali di tutti i giorni, noi siamo in piena fase di elaborazione delle piattaforme aziendali, credo che un primo segnale dovrebbe essere che grazie alle Rls, grazie a quello che loro segnalano alle Rsu, in ogni piattaforma ci deve essere un capitolo dedicato agli interventi più importanti in materia di sicurezza e di ambiente di lavoro. Se non c'è questo passaggio noi perdiamo una straordinaria opportunità e credo che il nodo della solitudine vada affrontato da questo versante.
L' Rls è a pieno titolo un dirigente sindacale aziendale, è uno che si differenzia dagli altri perché ha un campo di intervento più specialistico, più limitato ma assolutamente importante nella sensibilità dei lavoratori, mette a disposizione una competenza che tra l'altro va anche costruita sul campo, ripeto, perché non diventi una sfera separata di attività, ma perché diventi uno dei punti prioritari della nostra azione contrattuale. Abbiamo sentito molti esempi di come si  può fare e credo anche molti suggerimenti di merito, che però ovviamente in un'assemblea nazionale come questa non possono essere adeguatamente sviluppati. E' necessario che si ripetano incontri di questo tipo ma a livello periferico, io penso che in ogni territorio noi dovremmo organizzare degli incontri con la finalità di mettere in comune le esperienze positive che ci sono state in modo tale che ciascuna Rls non si trovi nella situazione di doversi inventare da sola tutto quello che può fare ma che si possa imparare gli uni dagli altri. Da questo punto di vista evidentemente ci sono due grandi filoni, io credo, che riguardano la vertenzialità aziendale, tutto l'intervento sui macchinari, sui meccanismi di sicurezza ecc. ma anche l'insistenza assoluta che noi dobbiamo avere e dobbiamo mettere nelle piattaforme sulla formazione dei lavoratori.
Io tanti anni fa mi sono occupato di siderurgia, mi sono  capitati purtroppo degli incidenti mortali e ricordo i delegati che ovviamente ne sapevano più di me, perché stavano in fabbrica tutti i giorni, che nel fare la trattativa con l'azienda insistevano moltissimo sulla formazione dei nuovi assunti, e non a caso nella relazione Ferrara ci ricordava che l'incidenza più alta di incidenti l'abbiamo o tra gli anziani per motivi, diciamo, di stanchezza, o tra i giovani per motivi di inesperienza. E l'inesperienza in parte almeno può essere sostituita da un'adeguata formazione all'ingresso proprio sui problemi dell'antinfortunistica.
Credo inoltre che almeno allo stato attuale dei fatti il problema della protezione delle Rls sia un problema che si pone non in termini drammatici perché nella stragrande maggioranza delle aziende le nostre Rls sono anche Rsu quindi in quanto Rsu godono di tutte le protezioni sindacali previste e credo che questo sia un dato positivo perché è la premessa a far sì che ci sia un travaso di esperienze e di responsabilità.
Penso sia sbagliato immaginare che sui problemi della sicurezza debba scattare una sorta di delega. Cioè ci sono gli addetti ai lavori: questo è sbagliato, ci sono gli specialisti, ci sono quelli che ne sanno un po' di più degli altri, ma che poi devono riportare dentro il Consiglio di fabbrica la problematica che va assunta a pieno titolo come problematica contrattuale di tutti, va trasformata in punti precisi da mettere nelle piattaforme nei contratti aziendali, altrimenti non superiamo questo tipo di problema.
Il terzo punto è il lavoro organizzativo. Come sempre, questa è una tradizione del sindacato dei metalmeccanici, noi abbiamo la grande fortuna, in parte è anche un merito, di fare sindacato basandoci su un'immensa rete di dirigenti che stanno nelle aziende, questo è il punto  di forza storico del sindacato dei metalmeccanici, la sala piena di oggi, i dati che abbiamo in mano dimostrano che già nelle fabbriche si è costruita una discreta rete di presenze.
Allora primo punto, dobbiamo sforzarci di eleggere, nominare le Rls in tutti i posti di lavoro, da questo punto di vista abbiamo il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, insomma abbiamo già moltissime presenze ma dobbiamo completare il quadro. Secondo punto, è assolutamente indispensabile, io credo, che in ogni territorio, e questa è una competenza delle segreterie territoriali, si individui un responsabile territoriale, cioè una persona che diventi il riferimento di tutti gli altri, se la situazione organizzativa lo consente, meglio sarebbe se fosse un sindacalista a tempo pieno, ma siccome sappiamo che abbiamo anche territori piccoli e con poche risorse, lo si può fare anche prendendo un Rls particolarmente preparato e facendogli fare il compito di coordinatore dell'attività in tutto il territorio. Questo è fondamentale perché ovviamente può capitare a tutti di trovarsi di fronte un problema che non sanno come risolvere, è necessario avere a portata di mano, cioè a livello territoriale, una persona a cui ci si può rivolgere per farsi dare una mano ad affrontare i problemi che da soli non si sarebbe in grado di affrontare. Quindi primo, estendere la rete delle presenze nelle fabbriche, secondo costruire la rete e le sedi perché le esperienze si travasino una con l'altra e ci sia la contaminazione positiva di quello di buono che si è fatto.
Io credo che tutte e tre le organizzazioni devono impegnarsi a realizzare nei territori un responsabile e un coordinamento di queste attività e poi a risalire, ovviamente, io penso che a partire dall'assemblea di oggi noi potremmo costruire dei coordinamenti nazionali di intervento su questo problema che fanno a loro volta da seconda istanza di riferimento, di coordinamento e di messa in campo di competenze per tutti quelli che operano nel settore. Questo è il lavoro organizzativo indispensabile per dare continuità al lavoro sul tema e per combattere il problema della solitudine. Da questo punto di vista io credo che sia un dovere delle strutture sindacali, il nazionale non basta, quello di fare una grande offerta formativa alle Rls, questo come dicevo è un tipo di militanza particolare, ci vuole contemporaneamente una grande fiducia nel ruolo. Cioè una grande convinzione e un grande senso della missione se volete, che però è una caratteristica un po' comune a tutti noi, ma in questo ruolo oltre alla passione la competenza è fondamentale, altrimenti uno non sa che pesci pigliare.
Questo non è un tema dove basta buttarla in politica per cavarsela, qui o sai dove mettere le mani, o sai citare la legge giusta e l'articolo giusto del contratto o sai a quali istituzioni rivolgerti, o sei disarmato. E naturalmente siccome la scienza infusa non ce l'ha nessuno la formazione sindacale per gli Rls è un impegno fondamentale, visto che pensiamo a una rete vasta, non si può pensare che questo tipo di dovere lo assolva solo il livello nazionale, il livello nazionale qualcosa lo ha già fatto, ma certamente noi dobbiamo mettere in campo una formazione anche a livello territoriale, insomma, per arrivare nel modo più ampio possibile. L'ultimo punto che volevo ricordare è quello del rapporto coi lavoratori. Io credo che abbia ragione Ferrara nella relazione quando dice che per i lavoratori le esigenze di salute e di sicurezza sono un problema molto importante e che spesso non trova un'adeguata attenzione da parte nostra.
Io ho in mente anche diverse ricerche fatte dove si chiedono ai lavoratori le priorità dei titoli su cui il sindacato si dovrebbe impegnare: la salute e la sicurezza precedono nell'ordine delle priorità lo stesso salario che dovrebbe essere il mitico  argomento che è sempre al primo posto. Questo la dice lunga su quanto è importante per la nostra rappresentatività impegnarci su questo capitolo.
C'è anche l'altra faccia della medaglia, però, e cioè facendo un po' a spanne come capita di fare nel mio ruolo, delle verifiche su come sta andando la contrattazione aziendale, capita anche di sentirti  dire che soprattutto nelle aziende medio piccole c'è una tendenza quasi spontanea dei lavoratori a chiedere la famosa monetizzazione della salute e della sicurezza. Questo avviene per due motivi: primo probabilmente perché la nostra azione di proposta verso quei lavoratori non è stata sufficientemente efficace o non è stata fatta per nulla, secondo perché sappiamo che spesso anche tra i lavoratori ha troppa pressa l'idea che con i soldi si compera tutto. Noi dobbiamo da questo punto di vista essere inflessibili nell'indicare ai lavoratori che la salute non si vende, non ha prezzo, né la salute né la sicurezza.
Non è un'operazione scontata, è un'operazione che richiede una costante capacità da parte nostra di parlare con i lavoratori e da questo punto di vista a me sembrano molto interessanti alcune cose che sono emerse tipo quella di chiedere ore supplementari di assemblea da dedicare all'argomento o, io aggiungo, se non si riesce ad avere ore supplementari, possiamo darci almeno come obiettivo a livello territoriale il fatto che una o due delle dieci ore che abbiamo, per regia sindacale e delle Rsu, si usino per parlare di questi problemi ai lavoratori. Abbiamo sentito da esperienze dirette quanto facendo queste cose si incontra immediatamente una attenzione e una risposta assolutamente interessanti.
Quindi come vedete i piani di lavoro sono molti, una buona parte delle cose dipendono esclusivamente da noi, sia la parte organizzativa sia la parte di rapporto con la gente sia la parte di trasformazione in vertenzialità di tutti i problemi ambientali che il lavoro delle Rls riesce a rilevare.
Quindi concludo dicendo che la riunione di oggi è un segno molto importante e, vi dico sinceramente, visto che la partecipazione è andata al di là delle più rosee aspettative che avevamo, che certamente hanno ragione tutti quelli che hanno chiesto che la riunione di oggi sia in qualche modo un inizio di un lavoro costante e capillare su un tema su cui  sicuramente possiamo qualificarci come un sindacato, a proposito di parole di moda, davvero moderno. La modernità è prima di tutto saper difendere le cose importanti, la salute dei lavoratori è una cosa che deve essere al primo posto.