Notizie Internazionali
Bollettino bimestrale della Fiom-Cgil a cura di Pino Tagliazucchi

Numero speciale "11 settembre"

Commenti

Dalla montagna di commenti abbiamo selezionato quelli che a nostro parere sono più illuminanti e più autorevoli, e li abbiamo suddivisi in tre sezioni: la guerra; i motivi del diffuso odio contro gli Stati Uniti e il mondo occidentale; l’islamismo. Non si tratta di vere e proprie analisi, ma ciò che dicono è estremamente significativo - specialmente sui motivi dell’odio antiamericano e su che cosa si dovrebbe fare al posto della guerra. Ovviamente, riferiamo opinioni altrui - e tali le lasciamo, anche se abbiamo scelto quelle che almeno in parte possiamo condividere (ma senza scartare troppo). Lo scopo è evidente: se in altri stati di guerra occorreva anzitutto misurare la forza delle armi e i motivi economici e politici del loro impiego, in questo conflitto dobbiamo anzitutto far luce in un meandro di motivi che sono anche, forse soprattutto, ideologici. E diciamo la verità: siamo al buio.
 
La guerra
 
New York Review of Books[1]
“La prima domanda che viene in mente non ha ancora avuto una risposta. Chi stiamo combattendo? Se si tratta di bin Laden e dei suoi associati, per quanto formidabili siano, rischiamo di scoprire che individuare e smantellare la loro rete è probabilmente un compito lento e frustrante in un mondo senza muri, e che anche i successi in questa particolare lotta non porranno fine a molte altre forme sanguinose di terrorismo”. La guerra in Afghanistan è già di per sé carica di rischi, ma poi “dovrebbero gli Stati Uniti far la guerra a coloro che essa ha dichiarato essere Stati terroristici, o sostenitori dei terroristi, anche se i loro legami con bin Laden sono ipotetici e dubbi? Questa lista include Stati che adesso promettono di aiutarci (la Siria e il Sudan), come pure stati che sono da tempo nostri nemici (l’Iraq) o mezzo nemici (l’Iran); e tentare di ‘punirli’ potrebbe avere effetti a boomerang e ridurre l’appoggio internazionale per gli Stati Uniti”.
“La seconda domanda riguarda i mezzi con cui condurre questa guerra. L’accento che l’amministrazione ha posto sulle differenze tattiche è stato saggio. Il terrorismo dovrebbe essere combattuto come un reato criminale contro degli innocenti, proprio come si fa con la nostra criminalità. Più efficaci delle operazioni militari sono probabilmente gli strumenti della polizia e della counter-intelligence, compresa la paziente raccolta di informazioni, la silenziosa penetrazione delle cellule, il taglio delle connessioni finanziarie, lo smantellamento delle comunicazioni utilizzate dalle reti terroristiche. Gli attacchi militari rischiano di provocare un danno politico, indebolendo i regimi che ci lasciano operare dal loro territorio, o i regimi amici posti davanti a un’opinione interna vacillante (Pakistan, Egitto, Arabia saudita). (...) Come possiamo allora combattere il terrorismo senza indebolire la nostra posizione in un mondo in cui l’appoggio di altri governi e popoli è essenziale? Un motivo di prudenza nel punire governi che aiutano il terrorismo è che non potremmo evitare di punire anche le loro società (e così facendo possiamo aumentare nettamente l’ostilità di massa nei nostri confronti); e nel caso peggiore ci troveremmo, dopo il collasso di coloro che sono oggi al potere, davanti al terribile compito di trovare nuovi leaders che non appaiano come nostre marionette”.
Una terza questione riguarda “l’unilateralismo americano”. “Com’è spesso accaduto in passato nella Nato, il rischio è che guardiamo ai nostri alleati come partners minori della nostra impresa, cui si chiede di integrare e sostituire le nostre forze e di pagare per il bene comune. (...) Se la nostra è la causa dell’umanità, se il terrorismo contro dei civili minaccia tutti, se la sicurezza da attacchi terroristici è un bene pubblico universale, allora dovremmo comportarci non come un paese che cerca vendetta per ciò che ha subìto e ha la forza di torcere il braccio a chiunque nel mondo, ma come un paese che cerca un ampio mandato, accettando le norme e le limitazioni della legge internazionale”. E infine, l’ultima domanda: “Chi dirigerà la “nuova guerra dell’America? I professionisti della violenza (in larga parte dei civili), o coloro che si rendono conto dei limiti della nostra potenza?”. Inutile dire che non c’è ancora risposta.
 
Le Monde[2]
Domanda: “Qual è la logica dell’operazione militare americana?”     
Risposta:   “ Nell’immediato, degli attacchi per abbattere le magre difese antiaeree e l’infrastruttura militare fissa dei talebani, allo scopo di permettere le eventuali operazioni ulteriori, specialmente l’invio di forze speciali aeroterrestri e di facilitare le operazioni dell’opposizione afghana. Questo può sboccare anzitutto sulla caduta del regime talebano e poi - si può sperare - su operazioni di destabilizzazione delle organizzazioni di al-Qaida”.
D. “Lei ha un pronostico sulle possibilità di successo?”      
R. “Sapremo presto se il governo pakistano riesce a farcela o no. Se sì, c’è una chance di assistere allo scenario che dicevo: entrata dell’opposizione a Kabul, riunione di una grande assemblea e tentativo di instaurare un governo, con o senza il re; insomma, un ambiente in cui le forze speciali potrebbero più facilmente dar la caccia agli elementi arabi di al-Qaida. Se il governo pakistano dovesse invece cadere, ci troveremmo in un territorio totalmente sconosciuto. Sarebbe un fattore di destabilizzazione sia nel sottocontinente indiano, sia nell’insieme del Medio Oriente”.
D. “Lunedì scorso gli americani hanno fatto sapere all’Onu che non escludono interventi in altri paesi, oltre all’Afghanistan...”               
R. “Appunto per questo parlo di Colin Powell piuttosto che dell’amministrazione americana. Non è un segreto per nessuno che il vice segretario alla Difesa Paul Wolfowitz vor­rebbe regolare i conti anche con l’Iraq; né è un segreto che gli americani pensano che lo Yemen non ha cooperato nella caccia agli autori dell’attentato con l’Uss Cole, nell’ottobre 2000. Andare aldilà degli scopi di guerra che consistono nel colpire al-Qaida o gli Stati che l’hanno sostenuta, vuol dire esporsi a un rischio aggravato di destabilizzazione dell’insieme del Medio Oriente”.
Perchè?

 

Guardian [3]
“ Due giorni dopo i terribili attacchi A New York e Washington, è penosamente chiaro che la maggior parte degli americani non capiscono il perché. Dal presidente sino ai passanti per le strade, il messaggio sembra essere sempre lo stesso: è un attacco inesplicabile alla libertà e alla democrazia, cui bisogna rispondere con una forza schiacciante”. Forse, mentre ancora si scava tra le macerie, solo pochi possono stabilire un rapporto tra l’effetto e le sue cause; eppure “da quando il padre di George Bush lanciò il suo nuovo ordine mondiale un decennio fa, gli Stati Uniti, sostenuti dal loro alleato britannico, spaziano per il mondo come un colosso. Senza limitazioni imposte da altre superpotenze, il gigante americano ha ridisegnato a proprio vantaggio il sistema finanziario e commerciale globale; ha stracciato una fila di trattati che non gli convenivano; ha mandato truppe in tutti gli angoli del mondo; ha bombardato l’Afghanistan, il Sudan, la Yugoslavia e l’Iraq senza preoccuparsi delle Nazioni unite; ha mantenuto una serie di embargo omicidi contro dei regimi recalcitranti; e ha sprezzantemente gettato il proprio peso a sostegno dell’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, che dura da 34 anni”. “È questo passato di sfrontato egoismo nazionale e di arroganza che alimenta l’antiamericanismo in larghe fasce di popolazione mondiale, per le quali c’è ben poca democrazia nell’attuale ripartizione della ricchezza e della potenza globali”.
 
Economist [4]
L’Economist non è d’accordo. “Per prendere seriamente queste critiche, bisogna prima separarle dal generale antiamericanismo di moda in alcuni giri della sinistra europea o latino-americana. Si può accettare l’antipatia per la pena di morte, per una società così pronta ad avere pistole, persino per la validità di una cultura che si esprime con dei film ben modesti e con gli hamburgers dei McDonalds, ma niente di tutto questo spiega, per non dire che giustifichi, un solo atto di terrorismo. L’accusa che in politica gli Stati Uniti sono arroganti può meritare più attenzione. L’America ha negli ultimi tempi sbattuto da parte alcuni buoni accordi internazionali (sugli esperimenti nucleari, ad esempio, una corte penale internazionale, le mine di terra) e ha anche respinto alcuni accordi discutibili (l’accordo di Kyoto sul riscaldamento atmosferico) con un’indifferenza che non si addice al maggior produttore mondiale di gas a effetto serra. La sua comprensibile determinazione di avere uno scudo missilistico minaccia di sconfiggere il sistema di deterrenza e di controllo degli armamenti nucleari che sinora ha salvato il mondo da una catastrofe nucleare. Essa ha rifiutato di versare le proprie quote alle Nazioni unite e ha anche ridotto i propri aiuti ai poveri del mondo. Il suo desiderio di perseguire i criminali di guerra africani e balcanici, pur rifiutando di permettere che i suoi cittadini siano giudicabili da una corte internazionale ha fatto ritenere che essa non voglia accettare per sé i criteri che essa impone agli altri. Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti hanno indubbiamente subordinato princìpi e cause al criterio sovrano di battere il comunismo. Il grande fautore della legge in casa propria è stato pronto a gettarla al vento all’estero, invadendo Grenada o minando il Nicaragua. Esso ha sostenuto dei caudillos in America latina, appoggiato dei tiranni in Africa e in Asia, favorito dei colpi di Stato in Medio Oriente. Recentemente, esso ha buttato fuori dal Kuwait i suoi invasori, ha colpito stati spietati come la Libia e l’Iraq e, inoltre, ha continuato a frenarli con sanzioni e, nel caso dell’Iraq, lo ha fatto con bombardamenti quasi incessanti. Queste azioni erano scriteriate? Forse. Hanno provocato del risentimento? Sì. Ma questo risentimento può giustificare anche uno solo degli attacchi suicidi della settimana scorsa? No”.  
 
Le Figaro [5]
Domanda: “Perché gli americani inspirano tanto odio?”       
Risposta:  “A causa del conflitto israelo-palestinese. Diciamola tutta: l’opinione del mondo arabo musulmano non sopporta più che, in questo conflitto, gli americani applichino due pesi e due misure. I popoli del Medio Oriente simpatizzano con la causa palestinese e tutto ciò che chiedono è che l’America sostenga una soluzione equa. Gli americani devono anche capire che le loro pose da superpotenza irritano anche aldilà del Medio Oriente. Quando nel dibattito diplomatico la loro posizione è contestata fanno troppo presto a esprimere un veto. Come a Durban, al vertice sul razzismo. Veto, veto, queste fa imbestialire la gente”.      
D. “La continuazione dei bombardamenti sull’Iraq, dieci anni dopo la guerra nel Golfo, è anch’essa una spiegazione dell’antiamericanismo in Medio Oriente?”  
R. “Sì, certo. L’America è criticata perché questi bombardamenti uccidono degli innocenti. Ma non bisogna neanche dimenticare che, dovunque, la miseria è il brodo di cultura del fanatismo. I paesi ricchi devono finalmente preoccuparsi di risolvere il problema del sottosviluppo; la mondializzazione non deve soltanto favorire alcuni interessi egoistici. Detto questo, la questione centrale resta il conflitto israelo-palestinese”.
 
Financial Times [6]
I terroristi “odiano l’Occidente e ciò che esso rappresenta per due motivi. Primo, l’Occiente ha impedito i cambiamenti necessari nei paesi da cui essi provengono, appoggiando dei regimi corrotti e dittatoriali, dall’Arabia Saudita all’Algeria. Secondo, per quanto chiuse, le società di questi paesi sono state permeate dalla way of life occidentale, se non proprio dai suoi valori. I vantaggi diplomatici a breve che l’Occidente ha ottenuto sostenendo questi regimi, per non parlare dei concreti vantaggi economici che ne ha ottenuto, l’anno spinto a trascurare il tremendo risentimento che esso così creava. Questo risentimento è largamente diffuso, persino nella élite dominante. (...) La globalizzazione, che ha aggravato l’ineguaglianza, e la escalation del conflitto israelo-palestinese hanno alimentato quell’odio, nonché il desiderio di martirio”.
 
Le Monde [7]
Domanda: “Che cosa spinge i terroristi sino a questo punto?” 
Risposta:  “Si possono certamente trovare delle motivazioni religiose o etniche per molte azioni terroristiche. Ma per quelle accadute negli Stati Uniti non sono sicuro che la motivazione sia unicamente religiosa. Credo che questi terroristi abbiano specialmente una diversa concezione della politica e dell’ordine sociale. Sto lavorando a un libro collettivo sulla pace e la democrazia in Medio Oriente e mi accorgo che la democratizzazione di stile occidentale, i sistemi politici, economici e sociali dell’Occidente non possono essere trasferiti in qualsiasi paese nel mondo. È ingenuo pensarlo. Tentando di imporre i valori occidentali come valori universali si provocano delle reazioni di rigetto. Questo non vuol dire che la democratizzazione non sia compatibile con i sistemi sociali o la religione di questi paesi. Ma essi aspirano a un diverso tipo di democratizzazione. Anche l’apertura dei sistemi politici ed economici, la mondializzazione, deve essere perseguita in modo graduale. La terapia d’urto usata sinora non ha fatto altro che radicalizzare le opposizioni. Al contrario, bisogna aiutare questi paesi ad avviare un proprio processo di apertura. Ci vorrà probabilmente del tempo per avere dei risultati, ma l’Occidente non ha nulla da guadagnare nel voler imporre le proprie norme in modo impaziente. Questa impazienza è vista come arroganza, una pressione di tipo coloniale”.
D. “Concretamente, come vedrebbe lei un nuovo approccio ai problemi che stanno all’origine delle violenze?”.
R. “(...) Il solo modo concreto di stroncare il terrorismo è di affrontare i mali che lo suscitano, tagliando il sostegno popolare che esso riceve con una politica di assistenza e soprattutto di meno interventi nelle questioni interne di questi paesi. Una pressione su Israele perché rilanci il processo di pace sarebbe anch’essa auspicabile”. 
 
Time [8]
“È certo che nel mondo arabo il principale motivo di scontento verso gli Stati Uniti è il risoluto sostegno americano a Israele: sostegno politico (specialmente presso l’Onu), economico (840 milioni di dollari di aiuti annui) e militare (3 miliardi di dollari più la disponibilità di armi americane avanzate). Per la maggioranza degli arabi, Israele, come Stato ebraico, è un’entità sgradita e straniera. Anche per coloro che ne accettano l’esistenza, Israele opprime i diritti arabi; a dispetto del processo di pace avviato a Oslo, Israele continua a occupare la maggior parte del territorio palestinese - e particolarmente irritante per i musulmani è il controllo israeliano sui santuari islamici a Gerusalemme, la terza città sacra dell’Islam. (....) I detrattori degli Stati Uniti lamentano che l’America sia indifferente non soltanto ai diritti ma anche alle sofferenze degli arabi. Se i palestinesi sono il capo d’accusa A, l’Iraq è il capo d’accusa B. Molti arabi detestano Saddam per la sua brutalità e arroganza, ma non capiscono perché, dieci anni dopo che gli iracheni sono stati cacciati dal Kuwait, gli Stati Uniti continuino a insistere su delle sanzioni mondiali che stanno devastando la popolazione irachena. Secondo l’Onu, ogni mese muoiono per malnutrizione e malattie 5.000 bambini, e la causa sono le sanzioni. ‘Saremmo disposti a tollerare questo tipo di boicottaggio se facesse morire di fame dei cechi, ad esempio?’, chiede A. Kevin Reinhart, docente di religione a Dartmouth. ‘No. Abbiamo fatto cose che vengono considerate come un riflesso di indifferenza o di ostilità nei confronti dei musulmani’”.
“Il colonialismo e lo sviluppo della modernità occidentale hanno alimentato la versione moderna del fondamentalismo islamico; se l’Islam è perfetto e malgrado ciò il suo regno si restringe, vuol dire che chi pratica la religione islamica si è allontanato dai canoni fondamentali della fede. Questo concetto si è diffuso dopo il 1979, quando una rivolta popolare rovesciò lo scià d’Iran, corrotto, occidentalizzato e sostenuto dagli Stati Uniti, e permise all’ayatollah Khomeini di lanciare la rivoluzione islamica in Iran e oltre. Khomeini chiamò i musulmani alla violenza per conquistare ‘la terra degli infedeli’”. Anche il messaggio di bin Laden, che invoca il ritorno del Saladino, “è un potente messaggio per molti arabi che altrimenti vedono un futuro senza orgoglio. ‘L’Islam è la Soluzione’, questo è lo slogan del movimento islamico e a molti questo appare anche meglio del nazionalismo arabo che li ha portati alla miseria, a governi corrotti e magari ad entrambe le cose. Anche se gli Stati Uniti riuscissero a sconfiggere bin Laden e la sua rete, questo messaggio continuerebbe a vibrare, particolarmente sull’onda del risentimento provocato dall’azione militare americana”.
 
Herald Tribune [9]
“Ci sono oggi 50 paesi classificati dalle Nazioni Unite come ‘meno sviluppati’ - il doppio di 30 anni fa. Mentre cresce la miseria del Terzo mondo, la generosità dei paesi industrializzati è calata. Il taglio più grosso l’ha fatto l’America. Una cifra che parla per interi volumi di analisi riguarda gli aiuti ufficiali allo sviluppo rispetto al pil del paese donatore. Gli Stati Uniti sono all’ultimo posto, con soltanto lo 0,1% del loro prodotto dato in assistenza ai paesi poveri. Dopo gli attacchi dell’11 settembre da parte di fanatici sanguinari l’emozione è ancora così forte che è difficile considerare dei fatti sgradevoli. Eppure è importante moderare il desiderio di vendetta con delle idee chiare su come migliorare la sicurezza dell’America e dei suoi alleati. Dichiarare un nuovo inizio della guerra alla miseria nel mondo deve essere il primo passo”.
 
Newsweek [10]
Il Piano Marshall, scrive il settimanale, richiese 13 miliardi di dollari di allora (pari a 88 di oggi) e richiese anche un notevole mutamento di linea e abitudini politiche da parte degli Stati Uniti. “Fu una soluzione totalmente nuova a un problema totalmente nuovo. E richiese un potente miscuglio di immaginazione, volontà e necessità geopolitica. Una sfida analoga ci sta davanti oggi - e ancora una volta non è il caso di cincischiare sulla validità economica degli aiuti allo sviluppo. Questo tipo di critica ha imperato a Washington per un decennio circa e ha fatto un sacco di danni. Anziché presentare un’attenta diagnosi dei pro­blemi degli aiuti, il senatore Jesse Helms e la sua banda (posse) di isolazionisti ha semplice­mente ammazzato il malato. Essi hanno tagliato il bilancio degli aiuti allo 0,1% del pil, contro il 3,1% del 1949, ponendo così l’America all’ultimo posto di 22 paesi importanti. Essi hanno praticamente mandato in bancarotta l’Onu; il divario tra nazioni ricche e nazioni povere si è allargato. Risultato: il paese più potente nella storia mondiale è considerato oggi come Shrek the Ogre. (...) Nell’ultimo decennio, mentre buttavamo miliardi in aiuti all’ex blocco sovietico, predicando la democrazia e spingendo la Cina al rispetto dei diritti umani, Washington ha concesso ai regimi arabi un salvacondotto enorme. Abbiamo conferito all’Egitto 2 miliardi di dollari l’anno per sostenere il suo regime repressivo, insieme a 3,5 miliardi di dollari a Israele, quasi tutti per aiuti militari. Molto poco di queste somme era inteso come spesa per lo sviluppo, per problemi attinenti alla condizione femminile e familiare (a parte la proibizione del diritto di aborto) e per programmi tipo il microcredito. Abbiamo lasciato che l’Afghanistan calasse nel caos e nella miseria dopo esserci sbarazzati dei sovietici; non fu preso in considerazione nemmeno un mini Piano Marshall. Abbiamo disinvoltamente tradito i nostri ideali nazionali lasciando in piedi Saddam Hussein, alzando le spalle quando gli sciiti e i curdi erano massacrati a causa di ribellioni fomentate dagli Stati Uniti; abbiamo ristabilito una monarchia kuwaitiana corrotta senza altra richiesta se non dei contratti petroliferi; e abbiamo coccolato il regime saudita, non meno corrotto. (...) Dire che gli americani comprano più prodotti del terzo mondo di chiunque altro non è una risposta; essere l’acquirente mondiale in caso estremo non genera una buona disposizione, anzi, serve solo ad accentuare l’immagine dell’America come paese egoista e interessato. I liberi mercati non sono una politica estera, ma soltanto una pratica. E la way of war americana, oltre che la sua diplomazia, sono una pratica di eccessi e stravaganza, non di efficienza. Abbiamo combattuto e vinto la seconda guerra mondiale con molti rappezzamenti (boondoggle). La forza della nostra economia è tale, rispetto al resto del mondo, che possiamo permetterci degli altri rappezzamenti se possono procurare all’America un po’ di buona disposizione”.
 
Le Monde [11]
“E’ impossibile prevenire i conflitti e instaurare la pace senza strategie di promozione della coesione sociale e dell’integrazione. Far posto a ognuno vuol dire fare in modo che tutti possano accedere a un impiego remunerato e che le società evitino un allargamento delle ineguaglianze di reddito che minacciano la stabilità sociale. Ma l’inclusione sociale va molto aldilà di un reddito. Essa significa anche: fare in modo che i più poveri abbiano servizi d’istruzione, di sanità, servizi essenziali come l’acqua potabile, le bonifiche e l’elettricità. È questo che intendiamo per inserzione”. Negli ultimi anni molte situazioni sono mi­gliorate, ma “non si devono sottovalutare i problemi che restano. La metà degli abitanti dei paesi in via di sviluppo (circa 2 miliardi) vivono in paesi che negli ultimi venti anni hanno avuto uno sviluppo molto limitato. D’altra parte, anche nei paesi con risultati relativamente soddisfacenti, centinaia di milioni di individui restano ai margini dello sviluppo. Per questo motivo, molto più di un miliardo di persone, cioè circa il 20% della popolazione mondiale, vivono con meno di un dollaro al giorno. Ora, questo problema, già immenso, continua ad aggravarsi. Nei prossimi 30 anni la popolazione mondiale passerà da 6 a 8 mi­liardi di persone e questo aumento sarà quasi tutto nei paesi poveri. Dopo la tragedia dell’11 settembre è più importante che mai affrontare queste sfide e condurre un’azione multilaterale in questa direzione. (...) Insomma, è essenziale cercare una soluzione internazionale ai problemi mondiali. Questo vuol dire lotta contro il terrorismo, la criminalità internazionale, il riciclaggio di denaro, ma anche lotta contro malattie trasmissibili come l’aids e il paludismo”. 
 
Herald Tribune [12]
“‘Questa guerra al terrorismo può riuscire a eliminare alcuni terroristi, ma senza riforme di base è come uccidere alcune zanzare e lasciare intatta la palude’, dice Mohammed Zarea, attivista per i diritti umani al Cairo. (Sì) ma ci sono dei problemi. (In Arabia saudita e in Egitto) i gruppi dirigenti sono delle élites trincerate, che cercano di affrontare una crescente frustrazione popolare, che ha le sue radici in economie stagnanti e scarsità di posti lavoro, e cercano di gestire un cambio generazionale al vertice. L’anno scorso, essi hanno cercato di controllare una tempesta di tensioni antiamericane, che veniva dalla convinzione che gli Stati Uniti sostengono Israele contro i palestinesi. E adesso, l’elenco di terroristi più ricercati, pieno di nomi egiziani e sauditi, ha reso anche troppo evidente che l’odio per gli Stati Uniti e i suoi amici è cresciuto su questo terreno”. L’Egitto fu, con Anwar Sadat, il primo paese arabo a firmare un trattato di pace con Israele, ma “per molti egiziani, quel trattato non ha arrecato i vantaggi che si attendevano come ricompensa per l’isolamento dell’Egitto nel mondo arabo. Il grosso degli aiuti americani, più di 2 miliardi di dollari l’anno, va all’esercito. Dei grandi edifici abitativi pubblici, costruiti lontano dai centri cittadini, nel deserto, restano vuoti. La disoccupazione, specialmente tra diplomati e laureati, è aumentata. La riforma di un’economia pianificata non è mai decollata. Una terzo della forza lavoro occupa sempre posti governativi pagati così  male - circa 300 sterline egiziane al mese, pari a 71 dollari - che molti dipendenti cercano anche uno o due lavori aggiuntivi. (....) L’Egitto è pieno di giovani. Più del 55% della popolazione è sotto i 25 anni. In Arabia saudita, circa il 60% della popolazione è sotto i 25 anni. La disoccupazione è alta. La ricchezza petrolifera che negli anni Ottanta sembrava illimitata si è dimostrata insufficiente a sovvenzionare i giovani di oggi, come invece aveva fatto con i loro padri. (...) ‘È facile per l’egiziano medio dire: abbiamo provato la modernizzazione, ma non ci ha portati da nessuna parte e non siamo diventati un’Europa, abbiamo provato il panarabismo, ma non ha funzionato’ - dice Tarek Heggy, uomo d’affari e analista politico cairota. ‘E se è una persona semplice, egli può dire che modernizzazione e panarabismo non hanno funzionato perché Dio non era con noi’”. 
 
 
Islam
 
Quali che siano le radici ideologiche del terrorismo islamista, gli attentati dell’11 settembre ci impongo una realtà: il mondo dell’Islam esiste, è diverso dal nostro, bisogna conoscerlo, per dialogare. Non potremmo, nemmeno volendo, affrontare un tema così vasto - che tuttavia rientra tra i problemi maggiori sollevati dalla guerra in Afghanistan. Perciò ci limitiamo a un paio di commenti, che danno un’idea dell’importanza e complessità del tema.   
 
Le Figaro [13]
“Abbiamo da tempo espresso la nostra convinzione che, molto più che ipotetica ‘ripresa del religioso’, la matrice dell’islamismo era soltanto una riformulazione della vecchia dinamica nazionalista e antimperialista araba. L’apporto del passaggio al linguaggio religioso è stato anzitutto di esprimere la condanna etica di un Occidente visto molto meno come cristiano che come decristianizzato e materialista. (...) Non sorprende che una larga parte dei leaders islamisti siano dei vecchi nazionalisti ‘nasseriani’ o ‘baasisti’. (...) Nel rapporto tra il Nord ‘giudeo-cristiano’ e il Sud musulmano, la retorica islamista serve oggi a denunciare il vicolo cieco in cui si trovano le relazioni dell’Occidente in generale, e degli Stati Uniti in particolare, con una larga parte del mondo musulmano. Dopo la guerra del Golfo, l’unico ‘gendarme del mondo’ non è riuscito a rendere credibile la sua funzione di arbitro. L’appoggio dato a tutti questi regimi discreditati, appoggio così lontano dal rispettare l’etica che l’arrogante America dice di difendere, ha scavato ancor più il fossato delle incomprensioni di ogni genere”. (...) “Se si accetta di tener conto di questa essenza dell’islamismo, anzitutto nazionalista e antimperialista, all’analista come pure allo stratega s’impone tutta una serie di conseguenze metodologiche. Ricordiamo anzitutto quella espressa in termini profetici dal filosofo Michel Foucault poco prima della sua morte: ‘La questione dell’Islam come forza politica è essenziale per la nostra epoca e questo varrà per molti anni ancora. La prima condizione per trattarla con un minimo di intelligenza è di non cominciare a metterci dell’odio’”.
(...) “È evidente che il lessico religioso può in taluni casi servire a giustificare la violenza, ma non ne è affatto all’origine. In Medio Oriente, l’uso della violenza è stato di tutte le religioni e di tutte le ideologie. La più materialista di queste, il marxismo, non è stato da meno. Ma che dire dell’America liberale, per la quale la morte di un mezzo milione di bambini iracheni è stata certo ‘una scelta difficile’, come ha detto l’ex capo della diplomazia americana, Madeleine Albright, ma una scelta che... ‘ne valeva la pena’. Questa violenza anche gli islamisti l’hanno utilizzata, non si può negarlo. Ma il più sovente fu per far fronte a delle dittature militari che, con l’approvazione dell’Occidente, avevano sbarrato le aperture pluraliste proclamate dal fondo di impasses repressive. (...) Altra conseguenza, se ammettiamo il carattere funzionale dell’interpretazione in termini antimperialisti: un approccio sol­tanto socio-economico del fenomeno islamista è del tutto incapace di metterne a nudo le molle essenziali. Esso è infatti condannato a ‘rivelare’ soltanto il carattere evolutivo e, al tempo stesso, diversificato della sua base sociale: i giovani, un giorno, i diseredati, gli intellettuali, o i borghesi, il giorno dopo, anche i militari e persino le militanti femministe. Il profilo, ‘sorprendente’, dell’ultima generazione di kamikaze, il cui avvenire economico era tutt’altro che chiuso, viene ancora una volta come conferma”.
“Infine, si è spesso considerato che qualsiasi discorso che usi il lessico musulmano è incompatibile con ciò che la modernità occidentale ha di universale, (ma) l’alchimia islamista è molto più complessa. I valori della modernità sono indubbiamente meno ripudiati che riscritti con la terminologia del sistema simbolico musulmano, e questo contribuisce a e­sten­dere il campo della modernità più che non ad interromperne o a perturbarne la progressione. (...) L’uso del solo prisma di ‘pericolo integrista’ continua tuttavia a monopolizzare l’interpretazione della guerra civile algerina, o del conflitto israelo-palestinese. Questa lettura, che nasconde le patenti contraddizioni della politica straniera dell’Occidente (e la responsabilità dei suoi alleati arabi) impedisce qualsiasi interpretazione più profana e perciò più realista della reale origine della violenza e dei mezzi per riassorbirla”.
 
Le Figaro[14]     
“Una cosa è strana, parlando di bin Laden: dietro all’estrema violenza dell’azione, non c’è alcun programma politico, alcun progetto di società e...nessuna rivendicazione. Ancor più curioso: molti dei suoi fedeli in Afghanistan, quadri di movimenti radicali sino a ora ben impiantati nel mondo arabo, gente come Ayman al-Zawahiri, capo della Djihad islamica egiziana, sembrano agire oggi vicino a lui a titolo individuale, senza rappresentare i loro partiti. Dall’Afghanistan a New York, bin Laden si colloca fuori dalla problematica del Medio Oriente, anche se vi gode di un’aura di giustiziere presso un’opinione pubblica spesso frustrata dalla politica americana. In effetti, il Medio Oriente ‘classico’ non è più il terreno del radicalismo islamico. La violenza islamista è in regressione in tutti i paesi musulmani. (In Egitto, in Algeria e altrove gli ultimi fatti sanguinosi sono di alcuni anni fa e) in Egitto, gli intellettuali laici e islamisti tengono oggi un discorso antisraeliano, antiamericano, ma più nazionalista egiziano che panislamista o panarabo. I fratelli musulmani della Giordania, di Bahrein o di Kuwait si presentano alle elezioni, e lì si dimostrano conservatori e nazionalisti su tutti i grandi temi della società. Insomma, gli islamisti, che occupavano la scena medio-orientale dall’indomani della rivoluzione iraniana, si sono rinsaviti, ‘nazionalizzati’ e banalizzati. Soprattutto, essi hanno fallito su un punto essenziale del loro programma: avere il monopolio dell’espressione politica dell’Islam”.
(...) “In effetti si assiste a uno scollegamento tra i grandi movimenti islamisti che prevalevano negli anni Ottanta, ma che poi si sono inseriti nel gioco politico nazionale, per non dire nazionalista, e una nuova forma di radicalismo che respinge violentemente non soltanto ogni nazionalismo, ma anche l’idea stessa di costruire uno Stato islamico, in un solo paese. Si assiste a un disaccoppiamento tra un islamo nazionalismo divenuto presentabile e un islam globalizzato e deterrorializzato che non si riesce più a collocare in uno spazio strategico classico, perché non ha obiettivi di guerra ma si muove in un universo immaginario, quello della ummah, la comunità dei musulmani (questo immaginario, d’altronde, è condiviso da movimenti che non sono terroristici, come la Tabligh). Ciò non significa che la reislamizzazione delle società del mondo musulmano sia bloccata - essa si vede in tutto, dai vestiti, dai costumi, nelle strade. Ma essa si afferma molto più come ricerca e scelta individuali, su dei modi di religiosità che non sono molto lontani da ciò che si vede nel ritorno alla religione in paesi cristiani. (...) L’individualizzazione delle fedi e dei comportamenti ha raggiunto il mondo musulmano. Sopravvalutando l’idea di rivoluzione islamica, gli islamisti hanno inferto un colpo alla legittimità dell’islam tradizionale”
(...) “I giovani musulmani che (da Parigi) tornano all’Islam, lo fanno come rottura sia nei confronti dell’Islam dei loro genitori che con la società francese. Anzi, questi nuovi radicali criticano le culture tradizionali del mondo musulmano, si scagliano contro la sua musica, la sua poesia, i suoi costumi. Essi impongono modi rigorosi di vestire e di comportamento che non hanno niente a che vedere con la cultura. In realtà, anziché incarnare la resistenza di un’autenticità musulmana davanti all’occidentalizzazione, tutti questi neo fondamentalisti sono al tempo stesso dei prodotti e degli attori di deculturizzazione in un mondo globalizzato. I giovani che si uniscono a bin Laden non si sono mai radicalizzati nel contesto familiare della loro società d’origine; al contrario, è sempre nello sradicamento e nell’acculturazione che essi compiono un ritorno individuale a un Islam in definitiva astratto e tagliato fuori da ogni realtà sociale, nell’ambito di piccole moschee radicali”.
(...) “In una parola, bin Laden non è una reazione dell’Islam tradizionale ma una variazione aberrante della globalizzazione, sia negli strumenti della sua efficacia (tecnica, competenza, organizzazione) che nella sconnessione tra la sua azione e le società reali. Ricordiamo che negli obiettivi prescelti e nell’antiamericanismo virulento, bin Laden riprende una tradizione molto occidentale del terrorismo simbolista, propria della banda di Baader o di Action directe, ma ripensato in termini di giochi video e di film catastrofici di Hollywood. Bin Laden è davvero parte del nostro mondo”. 
 

[1] Stanley Hoffmann, On the wear, "New York Review of Books", novembre 2001. (Lo scritto è datato 3 ot­tobre 2001).
[2] Claire Tréan, Si le gouvernement pakistanais devait tomber, nous entrerions en terrain inconnu, intervista a François Heisbourg, presidente dell’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss), "Le Monde", 13 ottobre 2001.
[3] Seumas Milne, They can’t see why they are hated, "The Guardian", 13 settembre 2001.
[4] The roots of hatred, "Economist", 22 settembre 2001.
[5] Charles Lambroschini, Hosni Moubarak: Les Américains doivent retenir leurs coups, intervista a Hosni Mubarak, "Le Figaro", 23 settembre 2001.
[6] Dominique Moisi, vice direttore dell’Institut français des relations internationales, Tragedy that exposed a groundswell of hatred, "Financial Times", 24 settembre 2001.
[7] Philippe Pons, L’Occident n’a rien à gagner à vouloir impatiemment imposer ses normes, intervista ad Albrecht Schnabel, studioso di movimenti insurrezionali, "Le Monde", 25 settembre 2001.
[8] M. Calabresi, Rootsa of rage, "Time", 1 ottobre 2001.
[9] Giles Merritt, direttore del Forum Europe, segretario generale di Friends of Europe e direttore del trimestrale "Humanitarian Affairs Review", Wake up to the cost of the wealth gap, "International Herald Tribune", 3 ottobre 2001.
[10] Brad Stone, Give more U.S. aid, "Newsweek", 8 ottobre 2001.
[11] James D. Wolfensohn, presidente della Banca mondiale, Une coalition mondiale contre la pauvreté, "Le Monde", 9 ottobre 2001.
[12] Susan Sachs, Behind the extremism: poverty and frustration, "International Herald Tribune", 15 ottobre 2001.
[13] François Burgat, Les eislamistes ne sont pas seulement des ‘fousa de Dieu’, "Le Figaro", 27 settembre 2001. L’autore è politologo al Cnrs e autore di diversi libri sull’Islam.
 
[14] Olivier Roy, direttore di ricerche al Cnrs, specialista dell’Asia centrale e autore di alcuni libri, Bin Laden: le terrorisme postislamiste, "Le Figaro", 2 ottobre 2001.