Elezioni palestinesi. Analisi del voto

Di Roberto Giudici e Piero Maestri

La campagna elettorale

Arrivando solamente tre giorni prima della data delle elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese (Clp) non abbiamo fatto in tempo a partecipare e quindi a “vivere” questa campagna elettorale.

Qualche segnale siamo riusciti comunque a percepirlo, nelle migliaia di manifesti attaccati su ogni angolo di muro, palo della luce, vetrine e saracinesche dei negozi; negli enormi cartelloni con le facce delle (poche) e dei candidate/i; nei taxi che esibivano bandiere o manifesti elettorali attaccati sul cofano o sui parabrezza; nelle macchine imbandierate che passavano diffondendo slogan o canzoni dei vari partiti; nei comizi/manifestazioni che ogni tanto si vedevano nelle varie vie – tra tutti quello di Fatah nella piazza Al Manara di Ramallah con canti e balli, che diventano pacifica gara di slogan quando passa a pochi metri un rumoroso furgone con militanti di Hamas.

Una campagna elettorale che si vede in ogni momento nelle Tv arabe che trasmettono dibattiti con i vari partiti e candidati.

Una campagna elettorale leale e aperta, anche se i rappresentanti del Pngo ci suggeriscono qualche elemento critico: l’uso da parte del partito e di candidati di Fatah dei propri ruoli istituzionali e della propria presenza nell’Autorità – come la lettera spedita a tutti i dipendenti pubblici – e lo stesso ruolo di Abu Mazen come capo di partito anche se Presidente dell’Autorità Nazionale; dall’altra parte Hamas risponde utilizzando strumenti religiosi (non sono poche le moschee sulle quali spicca la bandiera verde della lista “Tahir al Islah” – Cambiamento e Riforma – cioè Hamas) per promuovere la sua lista; una campagna elettorale probabilmente “esagerata”, nella quale le varie liste hanno speso molti soldi – forse troppi. E nella quale sono anche affirate accuse di aver ricevuto finanziamenti “inconfessabili” (si è detto di soldi statunitensi a Fatah, di soldi sauditi a Hamas, di uso delle risorse della sua Ong a Mustafa Barghouti…).

Ma tutto questo non riesce minimamente a cancellare o anche solo a oscurare la sensazione di un processo veramente partecipato e democratico, di elezioni considerate importanti da chiunque nei Territori Occupati di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.

 

Timori

Il giorno prima delle elezioni alcune/i di noi sono a Gaza, nella Striscia “liberata” considerata da molti giornali e televisioni internazionali un buco nero, una zona “pericolosa” per la sicurezza degli stranieri – in particolare dopo il breve rapimento di fine anno di Alessandro Bernardini a Khan Yunis. Ma quel episodio non era in alcun modo il segnale di una crescente diffidenza o addirittura di un’intolleranza verso gli stranieri, e nemmeno il precipitare di Gaza in una dinamica “irachena”, quanto il tentativo di una parte riconoscibile di Fatah – purtroppo armata – di voler rinviare o comunque segnare le elezioni. Un episodio che rimarrà per fortuna isolato.

Nonostante questo l’Undp – che coordina gli Osservatori internazionali – e l’Unione Europea limitano i movimenti ai loro inviati e funzionari (questi ultimi sono invitati a non lasciare la loro sede nei giorni prima delle elezioni e a non recarsi in certe zone della Striscia nemmeno durante il loro lavoro di “osservazione”).

Tra queste zone – mi sembra importante segnalarlo – c’è anche quella specie di “fascia di sicurezza” che Israele sta imponendo nel nord della Striscia: una zona cuscinetto che non viene per il momento nuovamente occupata direttamente con soldati e carriarmati, ma nella quale i palestinesi non possono recarsi senza rischiare di essere bombardati o esposti al tiro dei fucili israeliani – e così campi coltivati non possono essere raggiunti dai loro proprietari.

E’ soprattutto la zona di Beit Hanoun a farne le spese – e lo si può vedere nelle buche create dai bombardamenti nelle strade intorno al villaggio.

E proprio il giorno dopo le elezioni sarà una bambina di nove anni a morire in quella zona: i soldati israeliani le spareranno alla testa perché non si era fermata dopo gli spari in aria motivati dalla busta di plastica “sospetta” che la bambina aveva in mano.

Questi timori non sembrano però troppo preoccupanti – e decidiamo di organizzare il nostro giro di “osservazione” del giorno dopo senza limitarci alla sola Gaza City, ma toccando il nord e il sud della Striscia (ci divideremo per questo in due gruppi).

 

Perché “osservatori”?

Sembra una spiegazione ovvia o sciocca, ma forse vale la pena sottolineare il senso della scelta di andare in Palestina come “osservatori internazionali”.

Penso che nessuna/o di noi abbia visto questa presenza come una forma di verifica del “grado di democrazia” e di trasparenza del processo elettorale palestinese.

Le elezioni nei territori ancora occupati si svolgono in una situazione molto particolare, segnata appunto dalla realtà dell’occupazione – con i suoi checkpoints, la limitazione del movimento dei palestinesi, il tentativo di rendere impossibili il voto agli abitanti di Gerusalemme est, ecc..

In questa situazione il nostro primo obiettivo era allora quello di verificare che le autorità israeliane permettessero davvero un voto “libero” (parola probabilmente un po’ eccessiva) – e se a Gaza questo lo è stato fino in fondo, data ‘assenza di soldati israeliani, in altre parti non è andata sempre così e a molti palestinesi è stato impedito di tornare nelle cittadine della loro residenza per votare.

Avendo già vissuto l’esperienza delle elezioni presidenziali del 2005 – quando a Gaza la presenza israeliana rendeva ancora più importante che ci fosse un soggetto esterno a verificare l’impegno a garantire i passaggi dei palestinesi – sapevamo anche che la nostra testimonianza sarebbe stata utile a raccontare un processo libero e democratico da parte dei palestinesi e a rendere visibile una “vicinanza” in un momento importante per i palestinesi stessi.

Nessuna voglia di dare patenti di democrazia quindi.

 

La festa elettorale

Il 25 gennaio partiamo presto per il nostro giro dei seggi elettorali del nord di Gaza – accompagnati da Bassam, il responsabile del “Palestinian Center for Human Rights” (Pchr) diretto da Raji Sourani per la formazione dei 600 osservatori indipendenti organizzati con 36 Ong palestinesi (coordinate appunto dal Pchr).

Già di fronte al cancello della prima scuola/sezione elettorale ci si presenta uno spettacolo che continuerà per tutto il giorno: gli elettori passano tra due file di donne, uomini e bambine/i “armati” di volantini elettorali e delle bandiere verdi di Hamas, gialle di Fatah e rosse del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Una “violazione” della legge elettorale, probabilmente, che potrebbe penalizzare le liste minori – anch’esse presenti davanti ad alcuni seggi, ma certamente con minore visibilità e diffusione, dato il loro scarso radicamento sul territorio – ma che nessuno sembra considerare come tale.

L’atmosfera non è in alcun modo quella di un combattimento tra gruppi nemici – ma di una competizione vivace. Le/i sostenitrici/tori dei vari partiti si affiancano senza nessuna tensione e senza che mai – durante tutta la giornata – si veda il minimo accenno di discussione accesa ne tantomeno di scontro.

Così andrà avanti il nostro lavoro di osservatori.

Partiamo da Beit Hanoun, a nord di Gaza City, per poi andare a Beit Lahya, Jabalia Refugee camp, Shaati Refugee camp.

Nei vari seggi ci accolgono sempre con grande ospitalità, facendoci vedere con assoluta trasparenza le operazioni di voto. Non rileviamo particolarità tra un seggio e l’altro, per cui possiamo solamente fare un elenco casuale di “osservazioni”:

* colpiva, come già avevamo notato per le elezioni presidenziali del gennaio 2005, la “professionalità” e preparazione delle/dei componenti dei seggi: prima di tutto a partire dalla verifica dell’esatto seggio in cui indirizzare l’elettore (che si poteva leggere anche su grandi cartelli affissi nel cortile della scuola); poi nel seggio veniva spiegata con cura la modalità del voto, differente per le due schede che venivano consegnate, ad ogni elettore;

* a proposito dei cartelloni con i nomi degli elettori, ci ha particolarmente colpito guardare le date di nascita, che confermavano come la Palestina sia abitata da una popolazione giovane: in ogni pagina (dove erano scritti 40/50 nomi) difficilmente più di 3 o 4 erano nati prima degli anni ’50, e comunque la maggioranza era nata negli anni ’70 e ’80;

* in molti seggi erano presenti dei team per la raccolta degli ‘exit polls’. Abbiamo incontrato sia quelli organizzati dall’Autorità Nazionale, sia quelli dell’università di Bir Zeit, che alle precedenti elezioni presidenziali erano stati molto accurati. Come vedremo, questa volta non sarà così, e gli ‘exit polls’ della serata saranno smentiti clamorosamente dai risultati effettivi;

* la legge elettorale permetteva la possibilità che una elettrice o un elettore fosse aiutato nel voto da un parente: a differenza di quanto avviene in Italia, il presidente del seggio assisteva all’operazione, per garantire che effettivamente l’accompagnatore spiegasse correttamente il meccanismo e seguisse la volontà di chi stava esprimendo il suo voto. In questo modo probabilmente si violava la segretezza del voto, ma si cercava di garantire la volontà proprio di chi votava;

* mentre fino al cancello della scuola sede di seggio era un tripudio di bandiere e si veniva riempiti di volantini elettorali, dal cancello in poi la propaganda era totalmente bandita, e non si trovavano più simboli di partito e delle liste varie. Abbiamo assistito anche alla richiesta – gentile ma ferma – di un presidente di seggio a un rappresentante di lista che si togliesse il cartellino di riconoscimento mentre entrava nel suo seggio a votare.

Insomma, per farla breve, le operazioni di voto sono state assolutamente regolari e trasparenti.

Ma il nostro giro è stato soprattutto l’occasione per vivere insieme alle/ai palestinesi una giornata che si vedeva benissimo loro stesse/i consideravano importante, forse addirittura “storica”. E abbiamo avuto la sensazione fisica di quanto non fossero minimamente disturbate/i dalla nostra presenza, che è diventata in qualche modo parte della festa.

Così abbiamo potuto discutere con chi incontravamo – nei limiti della nostra ignoranza della lingua araba, e grazie all’assistenza del nostro splendido accompagnatore. E in un paio di occasioni ci siamo seduti a bere il tè proprio a pochi metri dai cancelli di un seggio, con donne, uomini e bambine/i che passavano, ci salutavano, si fermavano.

E sono venuti fuori i racconti che spesso abbiamo ascoltato nei nostri viaggi in Palestina, segnati dal perdurare dell’occupazione – anche se gli abitanti di Gaza non vedono più i militari e si rallegrano di poter viaggiare liberamente lungo la striscia,  si sentono ugualmente in una grande prigione. Questo vale in particolare per gli abitanti di Beit Hanoun e Beit Lahyia, i cui villaggi confinano con quella “fascia di sicurezza” decisa dei militari israeliani di cui parlavamo prima. E questo impedisce loro spesso di recarsi nei loro campi e di muoversi con tranquillità.

Anche al sud della Striscia, nelle città e nei campi profughi di Khan Younes, Al Mawasi, Rafah al confine con l’Egitto, zona “interdetta” agli osservatori internazionali dalle stese Nazioni Unite e dall’Unione Europea il famoso buco nero in preda al caos, l’atmosfera in realtà non cambia: di festa e di grande partecipazione consapevole.

Non un arma ostentata tra la gente, non un litigio durante la gioiosa e caotica propaganda fuori dai seggi e, assolutamente, nessuna ostilità nei nostri confronti; al contrario grande affetto e acuta curiosità per le nostre sensazioni e valutazioni sul loro momento storico.

La festa comprende anche tanta emozione nelle zone occupate fino a pochi mesi fa dalle colonie ebraiche del blocco del Ghush Khatif circondate dal muro e dall’artiglieria israeliana che ha fatto scempio del territorio intorno e delle case di centinaia di famiglie che oggi sono tornate; libere finalmente di muoversi da un villaggio all’altro senza il terrore e l’umiliazione dei terribili chek points come ad Al Mawasi dove lo scorso anno assistemmo alla penosa attesa di decine di persone a cui era negato da giorni il rientro a casa e oggi affollano il seggio elettorale di fronte al mare.

Le case meno colpite sulla linea del fuoco sono già state riabitate, le altre vengono visitate quotidianamente dai proprietari ancora sfollati e riabilitate da improbabili riparazioni; dove non c’è più traccia della casa, mani tenaci hanno circoscritto la sabbia con una precaria recinzione con tanto di cancelletto a protezione di una piccola tenda e di minuscole piantine di un nascente piccolo orto. La corsa alla riappropriazione di ogni granello di sabbia è incredibile.

A Rafah, l’unico luogo dove Al Fatah ha guadagnato tutti i seggi (3) disponibili, si mescolava l’animazione del voto con il flusso continuo e finalmente libero da e per l’Egitto attraverso il rianimato “terminal” che ha già visto il passaggio di 80.000 palestinesi negli ultimi due mesi.

Il ritorno a Gaza city al tramonto, per la prima volta dopo anni anche per noi è stato quasi un sogno, da Rafah diritti fino al centro città senza in 30 minuti senza dover preventivare partenze con ore di anticipo.

Alle 19.00 precise – senza un rinvio come era successo lo scorso anno – cominciano le operazioni di scrutinio. Partecipiamo anche in questo caso come osservatori dividendoci in diversi seggi della scuola di Al Karmel a Gaza City.

Anche queste operazioni si svolgono in maniera “professionale” e trasparente, alla presenza di una decina di osservatori, tra rappresentanti di lista, osservatori palestinesi indipendenti (in genere del Pchr) e della statunitense National Democratic Institute/Carter Center.

I voti vengono segnati sulla lavagna della classe e tutto viene svolto molto velocemente e senza nessun problema. Poche anche le schede bianche e nulle, malgrado la rigidità assoluta con la quale venivano annullate alcune schede (solamente perché il segno usciva dal riquadro di una lista, o perché c’erano due segni sulla stessa lista), senza alcuna protesta da parte dei rappresentanti di lista stessi.

Uscendo dal seggio per tornare nel nostro albergo si vedono già e si sentono i caroselli delle auto imbandierate dei sostenitori di Fatah che festeggiano la vittoria annunciata dai primi ‘exit polls’. Ma la realtà della mattina successiva era ben diversa…

 

I risultati elettorali

E’ noto ormai a chiunque che le elezioni hanno decretato una “schiacciante” vittoria di Hamas, ma per riuscire ad analizzarla seriamente, è necessario spiegare brevemente quale fosse il meccanismo di assegnazione dei seggi.

I seggi del CLP sono 132: 66 assegnati su base proporzionale (con uno sbarramento al 2%) alle liste nazionali; gli altri 66 su base locale in forma ‘maggioritaria uninominale’. Questa seconda scheda era particolare: conteneva una lunga lista di candidati, alcuni collegati a liste nazionali, altri indipendenti, e l’elettore poteva esprimere un numero di preferenze pari ai seggi previsti per quel distretto elettorale (per esempio, il distretto di Gaza City eleggeva 8 parlamentari, e l’elettore – in una scheda con 40 candidati – poteva scegliere di esprimere 8 preferenze).

Quali sono stati i risultati.

Per quanto riguarda le liste nazionali:

Votanti totali: 1,042,424

* Change and Reform (Hamas) 440.409 voti, pari al 44.45% - 29 seggi assegnati

* Fatah Movement 410.554 voti, pari al 41.43% -  28 seggi

* Martyr Abu Ali Mustafa (Fronte Popolare) 42.101 voti pari al 4.25% - 3 seggi

* The Alternative (Badil) 28.973 voti, pari al 2.92% - 2 seggi

* Independent Palestine 26.909 voti, pari al 2.72% - 2 seggi

* The Third Way 23.862 voti, pari al 2.41% - 2 seggi

* Altre liste 18.065 voti, pari al 1,09% - Nessun seggio

* Schede bianche 21,687 (2.08%)

*Schede nulle 29,864 (2.86%)

 

Per quanto riguarda I seggi assegnati su base locale, i risultati danno: Hamas 45 seggi; Fatah 17 seggi; Indipendenti 4 seggi.

Questo porta all’assegnazione totale e definitiva dei seggi è stata:

Hamas 74 seggi

Fatah 45

FPLP 3

Palestina Indipendente (Lista di Mustafa Barghouti) 2

Badil - formato da FIDA, FDLP e Partito del Popolo – 2

3^ via (Lista di Hanan Ashrawi) 2

Indipendenti 4 (di cui 3 vicini ad Hamas)

Questo ci porta a fare alcune considerazioni, importanti per comprendere quale sia stato effettivamente il voto dei palestinesi.

In primo luogo va segnalato che Hamas non prende la maggioranza assoluta dei voti, e che i partiti laici, nazionalisti o di sinistra prendono oltre il 55% dei voti. Questa non ci serve come spiegazione “consolatoria”, ma dato che abbiamo già letto analisi che dipingono il popolo palestinese come ormai avviato verso il fondamentalismo e il conservatorismo religioso, dovrebbe servire a fare un po’ di attenzione. Il popolo palestinese non era una settimana fa “profondamente laico” e non è oggi “integralista islamico”: entrambe sono generalizzazioni che non servono a nulla. Negli ultimi 15 anni il popolo palestinese ha fatto grandi passi indietro su molti aspetti delle relazioni sociali e culturali – ma questo spiega solo in parte il voto.

In secondo luogo va riconosciuta ad Hamas una forte capacità organizzativa, prima di tutto per come si è presentata: nei distretti locali ha presentato esattamente il numero di candidati corrispondenti ai seggi disponibili, mentre Fatah si divideva tra i suoi candidati ufficiali e altri membri del partito che si presentavano come indipendenti – contribuendo così a disperdere voti, in un meccanismo di fatto maggioritario (che infatti ha totalmente cancellato le liste minori). Questo è uno dei segnali della crisi di Fatah, divisa tra notabili locali, giovani militanti, gruppi di potere legati alla loro presenza nell’Autorità ecc. Anche per questo i candidati locali di Hamas sono risultati più credibili e affidabili.

Infine è chiarissimo che i risultati del voto sono caratterizzati da due elementi: da una parte un segno di bocciatura per il lavoro svolto dall’Anp in questi anni (e quindi per Fatah che la governava), giudicato negativamente sia sul piano di quanto ottenuto nei “negoziati” con Israele, sia soprattutto sul piano della corruzione e della mancanza di risposte ai bisogni sociali e materiali. Hamas è risultata più credibile; dall’altra parte è stato anche un voto palese contro le politiche vergognosamente filoisraeliane e anti arabe degli Usa e quelle pilatesche dell’Unione Europea che ha pensato di barattare con i miliardi dei finanziamenti il disimpegno e l’ambiguità politica che agli occhi della popolazione è diventata insopportabile.

 

Considerazioni iniziali sul prossimo futuro

E’ impossibile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi: in questi giorni Hamas è molto attenta a mostrare il suo pragmatismo e la sua (indubbia) intelligenza politica. Dall’altra parte (Israele e Usa) insieme a dichiarazioni di rottura e di indisponibilità a ogni forma di relazione con “i terroristi” si intravede anche un dibattito interno dove si affaccia una posizione che vede in Hamas il soggetto giusto con cui arrivare a qualche forma di accordo.

In fondo ne’ ad Hamas ne’ a Israele interessa un accordo “definitivo” e globale – e comunque sono convinti che nel breve/medio periodo non si possa raggiungere. Entrambi pensano che il tempo giochi a loro favore: Hamas perché convinta che la situazione internazionale oggi non sia immediatamente favorevole e spera che le “difficoltà” Usa in medioriente spingano diversi paesi arabi a maggiori pressioni sui loro alleati statunitensi e sostegno alla causa palestinese e comunque è; Israele perché può concentrarsi nella politica dei fatti compiuti, portando a termine il Muro e continuando la costruzione di insediamenti.

Hamas potrebbe allora “accontentarsi” di minori pressioni sui suoi leaders e di qualche altra iniziativa “unilaterale” da rivendere come proprio successo, per potersi concentrare sul lavoro di consolidamento sociale e politico in Palestina.

Questa sarebbe una prospettiva molto pericolosa per il popolo palestinese, perché rimarrebbe ingabbiato in una dinamica negativa, che non lo porterebbe a risultati avanzati sul piano della liberazione dei Territori Occupati, mentre lo costringerebbe sul piano interno a subire la politica di Hamas – che potrebbe però per un certo periodo apparire migliore sul piano dei servizi sociali e del “buon governo”.

Ancora, a questa strategia della dilatazione del tempo relativamente ai rapporti di forza e agli accordi, potrebbe accompagnarsi anche il rischio di una dilatazione territoriale/ideologica della prospettiva globale, nel senso di accoppiare alla visione israeliana di “Israele terra degli ebrei”, il contrapposto riferito all’islam. Si ritornerebbe in questo senso ad una visione pan araba in versione islamica del conflitto, travalicando l’aspetto strettamente nazionale e territoriale – di sicuro quello riferito al ’67- del conflitto, per modificarne in maniera radicale prospettive e protagonisti.

I pericoli sono molti ma ci sono anche molte risorse a favore del popolo palestinese. Due di queste provavano a comunicarcele alcuni palestinesi che abbiamo incontrato.

La prima dice più o meno che “la società civile organizzata palestinese – cioè le associazioni dei diritti umani, delle donne ecc. – resistono da quasi 40 anni all’occupazione israeliana e quindi sapranno resistere anche a eventuali attacchi di Hamas su questi terreni” (effettivamente questa società civile aveva già fatto fallire il tentativo dell’Anp di qualche anno fa di “disciplinare” le Ong e subordinarle alla propria politica – soprattutto sul piano dei finanziamenti).

La seconda risiede nelle difficoltà che troverebbe Hamas nel voler imporre per legge alcune scelte oggi diffuse sul piano cultural/religioso. Un conto sono infatti le pressioni sociali che, ad esempio, spingono le donne a mettersi il velo, altro conto è legiferare in questo senso o tentare di applicare la sharia: in questo caso ci sarebbero certamente proteste e opposizioni nella società palestinese.

Sarà così? Personalmente non saprei dirlo, ma mi sembra giusto evitare di considerare il popolo palestinese come un indistinta massa di pecore che seguono volta per volta l’ideologia dominante. Preferisco pensare – per quanto ho conosciuto le/i palestinesi – che le organizzazioni sociali sapranno condurre una forte iniziativa politica perché non sia cancellato il pluralismo socio-politico e la pluralità culturale in Palestina.

Una considerazione a parte sulla sinistra palestinese - senza permetterci critiche tipo “sono così stupidi da dividersi in mille rivoli”, visto che la nostra esperienza di sinistra italiana ed europea è segnata da una storia di gruppetti settari e inefficaci, e ancora oggi non siamo poi così diversi.

Certo è che questa sinistra laica, democratica e nazionalista non riesce a raggiungere un risultato positivo (il 12/13 % dei voti) e non trasforma la sua presenza nel tessuto sociale e nella rete delle Ong in una prospettiva politicamente efficace e riconoscibile. E questo non è il risultato semplicemente della divisione in troppe liste. 

Sarebbe interessante riuscire una volta a discutere con la sinistra palestinese nelle sue varie organizzazioni per capire meglio quale rapporto e quale sostegno si riescono a stabilire con le varie anime di una sinistra laica e democratica che arriva a prendere il 12-13 % dei voti ma non sembra in grado di intercettare la crisi di Fatah – movimento che ha al suo interno anche una spinta democratica radicale: tra l’altro un fattore di rischio notevole per i palestinesi è proprio il dilaniarsi di Fatah – composto sempre più da “bande” locali troppo spesso anche armate. Vedremo se dirigenti come Marwan Barghouti riusciranno a far prevalere l’intelligenza di un rinnovamento profondo senza inseguire Hamas sul suo terreno.

Ma queste considerazioni sono parte di una discussione collettiva che la rete di Action for Peace e delle altre organizzazioni che sostengono i diritti dei palestinesi e una pace giusta in Palestina/Israele devono fare a partire da una considerazione per me scontata sul proseguimento – ancora più forte – del nostro impegno in questa direzione. Perché l’occupazione continua e i progetti di espansione della colonizzazione dei territori palestinesi (con il Muro, gli insediamenti, le decine di “by-pass roads” ecc.) sono sempre più forti.

 

Incontri

Il nostro viaggio di “osservatori” è stata anche un’occasione per girare la Palestina occupata, capire meglio quali siano i progetti di nuova colonizzazione ed espansione territoriale israeliana e incontrare testimoni palestinesi e israeliani di questa realtà. Difficile riuscire a rendere conto di questi incontri e di questo giro, ma alcune impressioni possiamo provare a comunicarle.